- Le storie di Mimmo
Una notte al cinema Margherita
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Una capacità straordinaria di mio padre era quella di addormentarsi ovunque. Almeno così ci raccontava quando rievocava la sua giovinezza trascorsa a Reggio Calabria, durante la guerra.
Poteva addormentarsi abbracciato a un palo della luce o su un sacco di farina. Qualche volta persino in piedi. Era così stanco per il tanto lavoro che il sonno lo sorprendeva prima ancora che potesse decidere di riposarsi.
Papà era un ragazzino ma non si fermava mai, nemmeno la domenica. E non poteva fare altrimenti, perché adesso, in quella bottega di generi alimentari, era solo. Gli altri due apprendisti che condividevano con lui le incombenze quotidiane erano stati chiamati alle armi in difesa della Patria. Ora, era tutto sulle sue spalle.
Gli arancini e gli sfincioni di riso, i ravioli ripieni di ricotta dolce. Era rimasto lui a preparare quelle bontà. Fortunatamente, in cucina se la cavava benissimo. Per lui, ogni volta che un cliente si avvicinava al banco per acquistare qualcosa, era una gioia. “È tutto fatto con le mie mani” diceva senza celare la propria soddisfazione.
Quando mancavano la farina o i pomodori, usciva a comperarli senza togliersi il grembiule da lavoro. Era tutto imbrattato di farina, creme e sughi, ma era proprio quello il suo vanto e la fonte del suo orgoglio.
Una sera si accorse che non vi erano abbastanza capperi per guarnire le pizze. Come al solito, si offrì di fare un salto ad acquistarli. La via che portava al negozio era scandita dai pali di legno dell’illuminazione pubblica, quelli con in cima un braccio di ferro a cui era appeso un piatto smaltato provvisto di lampadina. Per riposarsi un momento dalle fatiche della giornata, decise di appoggiarsi a uno di questi lampioni. Venne svegliato da uno strattone dato dal figlio del suo principale che, non vedendolo tornare, era venuto a cercarlo.
Diciotto ore di lavoro al giorno
Papà non riposava mai e gli si chiudevano gli occhi nei momenti più impensati della giornata. Si sarebbe fermato, ma solo per qualche ora, il giorno di Natale, ma era così assuefatto al lavoro da apparirgli inopportuno persino quel riposo festivo. In quella occasione, però, erano tutti a casa: mamma, papà, fratelli e cugini. Che gioia, per lui, il Natale con la famiglia riunita.
Trecento lire al mese per diciotto ore di lavoro ininterrotto, sette giorni su sette, ma lui non si lamentava, tutt’altro. Era la sua vocazione, quel mestiere se lo sentiva cucito addosso.
L’unico vero problema era la stanchezza, ormai gli capitava di cedere al sonno in ogni dove. A volte, ci si metteva pure lo straordinario tempismo della sfortuna. Come quella volta al cinema Margherita.
La sala si trovava proprio di fronte alla bottega in cui lavorava. Così, non appena gli era possibile, andava all’ultimo spettacolo. Il personale ormai lo conosceva bene, avevano fatto amicizia. Lo legava un rapporto fatto di cameratismo e solidarietà. D’estate, quando era impossibile dormire per il caldo, una volta abbassata la serranda, andavano tutti insieme al lido a mangiare una fetta d’anguria o una zuppa di pesce fresco.
Un sonno profondo e imperturbabile
Una di quelle sere, pregustando già la freschezza del cocomero che avrebbe allietato la conclusione della sua giornata, si mise comodo in una delle poltroncine di legno poste in fondo, lì dove fuoriesce il fascio di luce del proiettore.
Sarà stato il film particolarmente noioso, sta di fatto che papà si lasciò vincere dal torpore, abbandonandosi a un sonno profondo e imperturbabile.
Prima di chiudere, qualcuno andava sempre a controllare che non fosse rimasto qualche ritardatario in sala. Quella volta, invece, le cose andarono diversamente.
Mio padre si destò all’improvviso per la calura opprimente. Aprì gli occhi senza vedere nulla. Istintivamente, come un bambino che si sveglia al buio nel bel mezzo della notte, si mise a gridare chiamando sua madre, ma la sua voce risuonò inutilmente nella grande sala deserta
Ci mise un attimo a svegliarsi del tutto e a prendere coscienza del guaio in cui si era cacciato. Tastando le poltroncine da una parte all’altra, raggiunse il palco. Nel buio totale, inavvertitamente appoggiò una mano sulla tastiera del pianoforte, che emise un accordo improponibile e sinistro, mettendo in risalto come lo strumento avesse seriamente bisogno di essere accordato.
Fece un balzo all’indietro per lo spavento e percorse a ritroso tutto il corridoio. Era nei pressi dell’ingresso e intuì dove fosse la maniglia. L’entusiasmo della scoperta svanì in un istante: la saracinesca, ovviamente, era abbassata e chiusa.
Quell’aria pesante, gravida di umidità, gli impediva di essere lucido, così si stese a terra, respirando con la bocca attraverso la fessura alla base della serranda. Restò a lungo in quella posizione, tanto scomoda quanto necessaria, quando sentì in lontananza un concitato vociare di donna. Ne era certo, si trattava di sua madre e di sua sorella.
Mamma! Mamma! Mamma!
A quel punto, iniziò a picchiare con i pugni sulla saracinesca e a chiamare: “Mamma! Mamma! Mamma!”. Le due donne lo raggiunsero correndo. Sempre steso a terra, papà raccontò a loro la sua disavventura notturna.
Passò di lì anche un metronotte che, valutata la situazione, inforcò al volo la bicicletta e andò a chiamare l’operatore. Era lui ad avere le chiavi.
Trascorse una buona mezz’ora, in cui papà diede sfogo al proprio disappunto lanciando una serie di maledizioni all’indirizzo dell’operatore, peraltro un suo buon amico. Un vero incosciente, prima di chiudere doveva controllare.
Ed eccolo che arriva pacifico, addirittura fischiettando, con le chiavi in mano, ponendo finalmente termine a tutte quelle peripezie di cui papà avrebbe fatto volentieri a meno.
Il nome di una regina e della regina delle pizze
Quando papà ci raccontava di quella notte movimentata trascorsa al cinema Margherita, rideva di gusto. Aggiungendo di aver pensato davvero di morire. Il suo sorriso, poi, si spegneva del tutto ricordando che, pochi giorni dopo la sua odissea di mezzanotte, quel luogo di magia e di sogno venne distrutto per sempre dalle bombe alleate.
Inaugurato nei primi del Novecento in occasione della visita della regina Margherita, a cui doveva il proprio nome, fu uno dei primi e più moderni cinema di tutto il Sud Italia. Disponeva persino di un ingegnoso sistema meccanico in grado di aprire il tetto per aerare la sala. L’edificio non venne più recuperato come sala cinematografica, rimanendo una reminiscenza nostalgica nella memoria dei reggini di una certa età.
Mio padre era nato in quella città sullo Stretto che viveva tra l’illusione del lungomare e i dolori portati in dono dalle guerre e dal maremoto. Un ragazzo con il sogno di viaggiare e andare lontano, magari vedendo un film, in un cinema chiamato Margherita. Come la regina di casa Savoia e, soprattutto, come la regina delle pizze.