• Le storie di Mimmo

Mario e Maria

Tempo di lettura: 7 minuti

C’erano una volta un ragazzo e una ragazza. Si incontrarono tra le vie strette e poco assolate del proprio quartiere. I loro sguardi si intrecciarono e fu amore per sempre. 

Lui frequentava l’ultimo anno di un istituto tecnico industriale ma, a tre mesi del diploma, lasciò gli studi per lavorare come magazziniere in un’azienda metalmeccanica appena fuori città. Lei, poco più giovane, seguiva diligentemente e con profitto le lezioni in una scuola a indirizzo professionale. 

Mario proveniva da una famiglia cattolica, tutti devoti e praticanti. Sua madre si recava in chiesa più volte al giorno per pregare, tanto che i vicini le chiedevano di rivolgersi a Dio pure per loro e per i loro figli. Insomma, pregava anche per procura.

Da piccolo, Mario era sempre all’oratorio e raccontava a tutti che, proprio lì, aveva imparato a essere comunista. 

Bionda, magrissima, quasi eterea, Maria era una sognatrice. Si era innamorata di lui perché era diverso. Perché quando parlava diceva cose difficili e importanti. Come quelle sui diritti dei lavoratori, che avrebbero dovuto partecipare alle decisioni dei padroni e non restare inermi, subendo passivamente le scelte di altri. 

Senza occhiali, lui non vedeva nulla. Incastonate in una montatura pesante e scura, portava lenti spesse da miope che rimarcavano ancor di più la sua aria da intellettuale. Lei lo guardava adorante, con gli occhi sgranati che, alla vista di Mario, diventavano ancora più grandi. Soprattutto da quando lui si era fatto crescere una barba folta e ispida. Le ricordava Carlo Marx, solo un po’ più giovane e indiscutibilmente più bello. 

 

Il comizio in Piazza Vecchia.

Decisero di sposarsi giovanissimi. Mario ne era più che convinto: per essere un buon dirigente di partito bisognava avere una vita ordinata. Per non spezzare il cuore alla mamma, si unirono in matrimonio con la benedizione di un prete. 

Si sposarono in quella che tutti noi, abitanti di Città Alta, chiamavamo la chiesa dei disperati. Era lì che convolavano a nozze tutti quelli che avevano qualcosa da nascondere. Ragazze incinte o minorenni, come lei. Oppure, quando uno degli sposi era comunista, come lui. 

Mario era soddisfatto della sua vita inquadrata nel perimetro, ben definito e rassicurante, della disciplina di partito. Quello che diceva il segretario per lui era il verbo. E segretario divenne presto anche lui: della piccola sezione del PCI di Città Alta. 

I primi mesi furono parecchio turbolenti. I vecchi del partito non digerivano i cambiamenti che quel giovane barbuto voleva portare avanti. Secondo Mario, era giunto il momento di dialogare con l’avversario storico: la Democrazia Cristiana. Per il bene di Città Alta, credeva nella necessità di un compromesso, ma non tutti i compagni la vedevano allo stesso modo.

Una domenica mattina, sfidando l’inverno che proprio non voleva andarsene, Mario organizzò il suo primo comizio in Piazza Vecchia. Si era preparato giorno e notte per affrontare l’emozione di quel discorso davanti a tutti. 

Fin da piccolo, soffriva di una lieve balbuzie che si accentuava quando l’emozione prendeva il sopravvento, ma niente avrebbe potuto fermare la passione di quel ragazzo. I propositi e gli ideali erano più forti del timore di ingarbugliare le parole.  

Mentre la gente sfilava distratta nella piazza per andare a messa, dal suo piccolo pulpito Mario parlò di giustizia sociale, dei cambiamenti della società, di come si sarebbe dovuto evolvere il borgo. 

Ad ascoltarlo, solo qualche militante e la sua giovane moglie, che ripeteva a memoria le parole del suo amato quasi volesse suggerirgliele. Tra quei pochi uditori, però, non poteva mancare il tappezziere democristiano mandato in avanscoperta dal segretario della sezione di Città Alta.

Le idee sono belle, ma bisogna vedere se, certe cose, la gente le vuole davvero.

Terminato quel suo primo faticoso comizio, Mario si sedette esausto al solito bar per un caffè. Tra il fumo delle sigarette che si addensava sotto la luce del magro lampadario della sala, la discussione si fece animata. 

Forse al suo comizio aveva assistito più gente di quanta gli forse parsa. In molti pensavano che fosse giunto il momento di cambiare le sorti di quel borgo medievale arroccato su sette colli. E come spesso succede nei centri più antiche, le decisioni importanti non si prendono nelle aule o negli uffici ma nei bar. 

A quel dibattito piuttosto vivace partecipò anche qualche socialista che, a detta di molti, potevano contare sulle menti più argute e raffinate di Bergamo. Sostenevano l’urgenza di una Città Alta senza auto, con una visione lungimirante anche sul destino dei colli, che avrebbero dovuto restare verdi e rappresentare il vero granaio della città intera. 

Il tappezziere democristiano se ne stava seduto in fondo alla sala con il cappotto ancora addosso. Ascoltava taciturno e ogni tanto faceva un cenno con la testa. Quando Mario terminò il suo intervento sulla necessità di lavorare insieme per il bene del quartiere, lui si avvicinò al tavolo. “Le idee sono belle” disse con estrema cautela “ma bisogna vedere se, certe cose, la gente le vuole davvero”.

Mario lo guardò fisso negli occhi. Era infastidito da quell’aria prudente che caratterizzava la maggior parte dei democristiani, ma sapeva bene che il dialogo era inevitabile. Città Alta non era abbastanza grande per restare divisi: si finiva sempre per incontrarsi sotto gli stessi portici, nella stessa piazza, davanti alle stesse botteghe. 

Riunioni, volantini e discussioni appassionate.

Nei mesi che seguirono, nella piccola sezione del PCI di Città Alta vi furono numerose riunioni di partito. Le stanze erano fredde e umide, con le pareti ricoperte da manifesti per la maggior parte datati e ormai sbiaditi. Anche quelli sarebbero stati da cambiare. 

A volte arrivavano in quattro o cinque, ma altre volte si ritrovarono anche in una ventina di persone. Chi non mancava mai era Maria, seduta in fondo, con le mani sulle ginocchia e lo sguardo colmo di fiducia e ammirazione. 

Dove i muri in pietra delle case sono intrisi di storia, le idee non sedimentano subito, vagano un po’ e, poi, si attaccano alle pareti e non se ne vanno più. Spesso, cambiano forma, come le nuvole sopra i colli. Quei colli che rimasero verdi come si erano ripromessi durante i loro discorsi intrisi di fumo e aroma di caffè. 

Passarono gli anni e Città Alta cominciò davvero a trasformarsi. Con lentezza, perché ai borghi antichi non manca di certo la pazienza. In piazza Vecchia non c’erano più le macchine parcheggiate. Gli abitanti diminuivano e le botteghe chiudevano, una alla volta. I bar non erano più frequentati dagli anziani del posto ma da studenti con zaini e cartelle colme di libri e quaderni di appunti.

Mario continuò per molto tempo a fare politica. Riunioni, volantini, discussioni appassionate che iniziavano la sera e finivano quando il titolare spegneva le luci del bar. La sua balbuzie non era scomparsa del tutto, ma la gente aveva imparato ad attendere con calma le parole giuste senza interromperlo.

Poi, un giorno, la sezione del partito chiuse i battenti. Non avvenne con annunci ufficiali, né con un sermone memorabile. Semplicemente, una sera abbassarono la serranda e qualcuno tolse dalla parete il vecchio ritratto di Enrico Berlinguer. 

Mario e Maria erano diventati grandi e avevano imparato che nella vita non c’era una scaletta precisa da rispettare, come nei discorsi dei segretari di partito. Il mondo, ormai, stava andando da un’altra parte.

Nei giorni seguenti, facendo due passi in Piazza Vecchia, si fermarono proprio nel punto dove, tanti anni prima, Mario aveva fatto il suo primo comizio. “Vedi” disse Mario a bassa voce “alla fine non abbiamo cambiato il mondo”. Maria gli strinse il braccio e accennò un sorriso. “Forse no” rispose “ma abbiamo vissuto come se fosse possibile”. 

Tra i gelati e le bandiere.

Quell’estate, andarono in vacanza a Rimini. La prima sera scelsero di trascorrerla in un dopolavoro ferroviario con la balera, una sorta di comune in cui l’altoparlante chiamava tutti per nome. 

Per un momento pensarono di trasferirsi lì, dove tutti hanno voglia di presente e di illusioni che con la fine della bella stagione diventavano delusioni e, poi, ancora illusioni l’estate dopo. Un po’ come la “Teresa dagli occhi secchi, figlia di pirati e di droghieri” di Fabrizio De André, una canzone aspra e disincanta che racconta di “Voi che siete a Rimini, tra i gelati e le bandiere”.

Ma non era più tempo di canzoni politiche o impegnate. Nel tornare a casa, la radio trasmetteva una canzone dei Camaleonti: “Eternità, spalanca le tue braccia, io sono qua. Accanto alla felicità che dorme, per lei vivrò. E quando avrà bisogno, io ci sarò, ad asciugare le sue lacrime”. 

Senza rendersene conto, sorridevano tutti e due. Nelle loro idee avevano creduto fermamente e lo avevano fatto insieme. E forse era questo il progetto più riuscito: essere Mario per Maria e Maria per Mario. Insieme.