- Le storie di Mimmo
Una camomilla per due
Tempo di lettura: 5 minuti
Ben è un vecchio ragazzo venuto da lontano. Scruti i suoi occhi e guardi le sue mani per dargli un’età, ma non ci riesci.
Lavora tanto e si arrabbia tanto. E quando accade, grida in arabo frasi incomprensibili che riecheggiano in tutto il ristorante, il cui significato resta ignoto a tutti noi.
Ben è scappato dalla miseria e dal Marocco attraversando il Mediterraneo su un barcone. Dopo infinite traversie, si è ritrovato a lavorare qui, Da Mimmo.
Ha visto di tutto ed è pronto a tutto. Nella sua vita, cerca solo qualcuno che gli dica cosa fare per poi disobbedirgli ogni volta. Non lo fa per dispetto ma per amor proprio, un orgoglio indomabile che non gli impedisce di scivolare ogni notte nei suoi incubi più oscuri.
Mi capita di osservarlo mentre lavora. Ha lo sguardo sfuggente del mercatante e il passo lieve del contrabbandiere. Penso a Pierpaolo Pasolini, ai suoi ragazzi di vita, scaltri e disincantati, ma capaci di slanci improvvisi di commovente dolcezza.
Simile a una pietra
Ho sempre amato Pasolini, così sensibile nel cogliere e interpretare le fragilità dell’animo umano. Di lui ho letto tanto, con avidità e stupore. Saggi, romanzi, poesie. “E io ritardatario sulla morte, in anticipo sulla vita vera, bevo l’incubo della luce come un vino smagliante”. Impossibile non restarne ammaliati.
In una sua bellissima poesia, “10 giugno”, il poeta si ritrova a vagabondare per l’Appia e la Tuscolana immedesimandosi in un cane senza padrone. Un’immagine che ci trasmette tutta l’inquietudine, il senso di smarrimento e la profonda solitudine che lo pervade. Io ci vedo Ben, i tratti del suo volto che esprimono tutta la sua disillusione, l’impazienza, la smania di riscatto.
Furbo e buono, Ben è come un ladro che non sa rubare. Convinto che tutti lo vogliano imbrogliare, reagisce male quando qualcuno lo corregge. Ed è refrattario a qualunque gerarchia, rispettando solamente chi è in cima alla piramide, nessun altro. Non vuole padroni ma non può farne a meno.
Ben ha fatto mille mestieri ma non ha imparato nulla. Si rifiuta di apprendere, è più forte di lui. Non accumula esperienza perché non vuole. È simile a una pietra che solo il mare e il sole possono cambiare.
Quando non lavora, Ben non sa come impiegare il tempo. Si innamora follemente di ogni donna, anche quelle irraggiungibili, e vorrebbe sposarle tutte. Ma, alla fine, resta imprigionato in amori improbabili o insensati. Per lui, la notte è fonte di struggimenti e delusioni. Così, ogni mattina, viene a lavorare chiuso nel proprio silenzio.
Capo, io voglio andare via.
Non passa giorno in cui non mi dica: “Capo, io voglio andare via”. “Dove?” gli rispondo io. “Non lo so, da qualche parte, in Spagna o in Germania”.
Migrante per sempre, Ben non è alla ricerca del benessere o di un’oasi di pace. È la sua indole errante che lo spinge a sognare altre vite possibili. Dice di volersene andare, ma poi resta ed è con noi da quindici anni.
Dice di non essere marocchino ma berbero. È fiero di appartenere a un popolo nomade, indigeno del Nord Africa, che nei secoli ha originato una propria cultura, con una lingua, una scrittura, un’arte, una musica che non hanno eguali al mondo, che svelano influenze arabe, fenicie, romane, francesi.
I berberi come Ben non si sentono propriamente arabi. Si autodefiniscono “amazigh”, che significa “uomini liberi”. Sono berberi e basta, con un forte senso di identità e di attaccamento alle proprie tradizioni.
La loro bandiera racconta molto di questo popolo. È composta da tre fasce orizzontali colorate. Il blu del Mar Mediterraneo e l’Oceano Atlantico, l’acqua e la vita. Il verde delle montagne e le zone fertili del Nord Africa. Il giallo della sabbia del deserto del Sahara. Sulla bandiera campeggia, rosso sangue, la lettera Z del loro alfabeto, a onorare tutti quelli che sono caduti lottando per difendere la libertà e l’indipendenza della popolazione berbera.
Una sensibilità invisibile
Quando mio padre ha cominciato a stare male, alle dieci di ogni sera, Ben saliva al piano di sopra per portargli la camomilla. Ne portava sempre due, perché mio padre potesse condividere quel momento con mia madre. Nessuno glielo aveva mai chiesto, è stata una sua iniziativa. Pensava che fosse giusto così.
Un gesto di tenerezza infinita. La prova che anche uomini duri e segnati dalle intemperie della vita possono mostrare sentimenti profondi e delicati, attenzioni dettate dall’istinto e da una sensibilità invisibile, forse soltanto sopita.
Il giorno in cui mio padre morì, Ben sembrava un gatto abbandonato sul ciglio della strada. Confuso e disorientato, si sentiva ancora più solo. La stessa sera, portò la camomilla a mia madre, sempre per due, ogni sera, fino a quando anche mia madre lo ha abbandonato.
Nessuno nasce buono o cattivo
Eugenio Montale ha scritto queste parole: “dolcezza e orrore in una sola musica”. Un verso tratto da una poesia contenuta in una delle sue ultime raccolte. È dedicata a sua moglie Drusilla e io vorrei dedicarla a Ben.
È un breve componimento che descrive la complessità e l’ambivalenza di un sentimento che unisce pulsioni opposte. Proprio come una musica allo stesso tempo armoniosa e inquietante. Dolcezza e orrore, grazia infinita e lucidità spietata, aspetti antitetici e inscindibili dell’esistenza che vanno accettati semplicemente per ciò che sono.
Comunque, Ben è ancora qui con noi. Non si ferma mai, lavora e si arrabbia, poi si arrabbia nuovamente e ricomincia a lavorare. Per quanto resterà? Giorni, mesi, anni, nemmeno lui lo sa. Può sembrare banale ma è la verità: nessuno nasce buono o cattivo. Siamo figli del caso e Ben ne è la dimostrazione. Veniamo al mondo in un luogo e ci incontriamo in un altro, sempre per caso.
Comunque, una cosa Ben me l’ha insegnata, senza parole e senza sorrisi. Per non sentirsi soli, bisogna essere almeno in due e dividersi ogni cosa. Anche una camomilla.