• Le storie di Mimmo

Una mattina come le altre

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Ogni mattina, percorro la stessa strada compiendo lo stesso identico numero di passi. Un tragitto che potrei fare con gli occhi bendati, certo di non inciampare una sola volta. 

Lungo la strada che mi porta al ristorante, riconosco le pietre d’angolo delle case più antiche e gli ornamenti che impreziosiscono i cancelli in ferro battuto. Ogni portone mi è diventato familiare. Persino i citofoni, anche quelli incerottati con il nastro adesivo e i nomi scritti a penna sbiaditi dalle intemperie. 

Il mio cammino misura il ciclo delle stagioni. Cambiano l’intensità della luce e il colore delle foglie sugli alberi. C’è qualcosa, invece, che non cambia e resta immutabile: sono le persone che incontro lungo la strada: sempre le stesse, nello stesso punto, alla stessa ora. 

L’Italia, quella dei borghi storici come Città Alta, è fatta così: vicoli stretti e piccole piazze, salite e discese dove due vite finiscono per sfiorarsi, ogni giorno, senza sapere nulla l’una dell’altra.

Il primo che incontro è un ragazzo in sella a una comunissima bicicletta da città. La pendenza è notevole e il suo “anticavallo” – come definiva la bici Gianni Brera – non è elettrico, né tantomeno è una mountain-bike con decine di cambi. 

È faticoso per chi sale a piedi, figurati se devi spingere a forza sui pedali. Eppure, ogni mattina, lui giunge in cima alla salita senza sforzo apparente, mai una goccia di sudore sulla fronte. È la forza irrefrenabile dalla gioventù, beato lui. 

Ci salutiamo con un cenno del capo e, quando è giornata, ci concediamo pure un mezzo sorriso, con la certezza di rivederci il giorno successivo.

Le esistenze altrui

Subito dopo, incontro una signora anziana, poco più alta di un bambino, che cammina aiutandosi con un bastone. Si muove male, quasi trascinandosi, ma il suo passo è spedito e senza indugi. Ha una gran fretta di tornare a casa, almeno questa è la mia impressione. Mostra l’impazienza di chi non si sente tranquillo nel restare fuori troppo a lungo. 

Dove sarà stata? Dal fornaio a prendere il pane o in edicola a ritirare il giornale? Forse si è recata in chiesa a pregare per qualcuno. Mi piace fantasticare sulle esistenze altrui. Un innocuo gioco di fantasia che mi diverte, facendomi sentire uno sceneggiatore dall’inventiva incontenibile pronto a trasferirsi a Hollywood.

Svoltato l’angolo, non c’è mattina in cui non mi imbatto in un ragazzo dagli occhi celesti, persi nel vuoto, come i suoi pensieri. Il suo corpo dondola ritmicamente avanti e indietro, mosso da una forza enigmatica e inarrestabile. Dietro di lui, il padre gli tiene saldamente la mano.

Aspettano l’arrivo di un pulmino insieme ad altri ragazzi. Immagino che ad attenderli ci sia qualche attività educativa o lavorativa. Lui mi fissa e io lo saluto. Mi risponde con un piccolo gesto della mano, interrompendo per una frazione di secondo i suoi movimenti perpetui.

Un caffè fatto a regola d’arte

Qualche volta, quando sono in leggero anticipo sulla mia personale tabella di marcia, entro nell’unico bar aperto, il Palma. Un nome esotico che fa dimenticare il freddo pungente delle mattine di gennaio o la calura che incombe già nelle prime ore del mattino nei mesi di luglio e agosto. A dire il vero, non ho mai indagato: e se Palma fosse semplicemente il cognome del proprietario?

Il locale, piccolo ma accogliente, è un continuo via vai di gente, tanto che già alle nove del mattino la clientela si contende lo spazio sul bancone del bar per consumare “bianchini”, aperitivi e stuzzichini. 

Osservo la barista alle prese con l’ennesimo caffè. È giovane e non le sembra pesare affatto l’essere lì dal mattino presto. Un accenno di occhiaie rivela che si è alzata all’alba. Mi chiedo come avrà passato la serata. Forse è restata spiaggiata sul divano di casa a seguire l’ennesima puntata di Amici di Maria De Filippi o a sorbirsi le sfuriate di Cannavacciuolo a Masterchef. Chissà, magari è uscita con le amiche o ha cenato a lume di candela con il fidanzato, anche lui barista o cameriere in un locale di Città Alta. 

Dodici mesi l’anno, indossa gonne corte e strette, con il grembiule che le arriva esattamente dove termina la gonna. Sorride di continuo, rivelando uno spazio vuoto tra canini e molari che però non la imbruttisce, anzi, la caratterizza. Si tinge i capelli di un colore scuro che tende al viola e va a schiarirsi all’attaccatura. Maledetta ricrescita. 

Le chiedo un caffè e lei me lo prepara all’istante, senza interrompere le chiacchiere con i clienti che mi danno l’idea, più o meno tutti, di essere degli habitué. 

Il caffè è proprio buono, fatto con padronanza e in velocità. Di sicuro la signora barista ci sa fare con la sua Faema “Legend” dall’irresistibile, almeno per me, estetica vintage.

Felici di essere lì

Con il gusto di quel cento per cento Arabica ben aggrappato alle papille, qualche tempo fa le ho chiesto di poter andare in bagno. Lei, gentilmente, me lo ha indicato in fondo a destra. E non poteva che essere lì, come ci insegna Giorgio Gaber. 

Cerco a tastoni l’interruttore della luce senza trovarlo. Per fortuna viene in mio soccorso la mano gentile di una cliente che accende la lampada al neon. La ringrazio e apro la porta del bagno riservato agli uomini: la silhouette di un uomo provvisto di bastone e cilindro è inequivocabile. Sul muro, sopra il water, leggo una perla di saggezza scritta con bella calligrafia su una lavagnetta – “In mano non hai un idrante, centra il buco” – trattenendo a stento una risata.

Uscito dal bagno mi accolgono le voci dei clienti che si si intrecciano in un’allegra e imprevedibile sinfonia degna di qualche audace musicista contemporaneo. Sembrano tutti contenti di essere lì, è una sensazione che ho tutte le volte entro al Palma. 

Nei pressi della cassa c’è un signore anziano, in giacca e cravatta, con il suo cane, credo un beagle, appiattito sul pavimento. Persino lui sembra felice di essere lì, mentre una donna di mezza età in tenuta ginnica lo accarezza chiamandolo per nome. Pago il mio caffè ed esco salutando tutti, compreso il segugio e il suo padrone. 

Ogni inizio è solo un seguito e il libro degli eventi è sempre aperto a metà.

Ripercorro il lasso di tempo intercorso tra l’odioso trillo della sveglia e il caffè ristretto del Palma, e mi affiorano alla memoria i versi di una bellissima poesia di Wislawa Szymborska, poetessa polacca Premio Nobel per la letteratura nel 1996. “Non conoscendosi, credonoche non sia mai successo nulla fra loro.Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi dove da molto tempo potevano incrociarsi?”. Un componimento di infinita dolcezza che si conclude così: “Ogni inizio infatti è solo un seguito e il libro degli eventi è sempre aperto a metà.”

Adoro questa donna, dall’animo così profondo e sensibile, che viveva delle piccole cose di ogni giorno evocando, nel medesimo istante, i temi cardine dell’esistenza. Era ammaliata dalla magia del quotidiano e da ogni incrocio apparentemente fortuito. Come lo sono anch’io.

Per gli stessi motivi, sento molto vicina la poetica di Kieślowski. Pure lui polacco al pari della Szymborska, il grande cineasta di Varsavia aveva nel destino e nella casualità i fili conduttori della sua opera. Coincidenze e incontri mancati, scelte che appaiono insignificanti ma in grado di cambiare, una volta per sempre, la vita dei personaggi. Uomini e donne che non si conoscono ma vivono vite parallele e speculari. Sguardi di un solo attimo che salvano i protagonisti dallo sconforto o dalla solitudine.

Non so niente di queste persone che incontro, ogni giorno, lungo la strada che mi porta al ristorante. Anche loro non sanno nulla di me. Tuttavia, ci unisce un legame invisibile. 

Se una mattina uno di loro non passasse davanti ai miei occhi, me ne accorgerei subito, ne sarei preoccupato, inizierei a farmi mille domande, con la mente occupata da mille ipotesi e mille pensieri. E se ciò accadesse, non so se sarebbe una mattina come le altre.