- Le storie di Mimmo
Le parole sono importanti
Tempo di lettura: 6 minuti
Senza scomodare la Treccani o il Devoto-Oli, tantomeno l’Accademia della Crusca, un qualunque dizionario italiano definisce “conservatore” chi tende a mantenersi stabile, a non cambiare, che preferisce lasciare le cose così come stanno.
Mia madre corrispondeva perfettamente a questa descrizione. Il suo sguardo sul mondo e sulle vicende umane era quello di una conservatrice. Questo suo modo di porsi nei confronti della vita scaturiva della sua indole introversa, certo. È altrettanto vero che questa sua inclinazione naturale è stata rafforzata dal susseguirsi degli eventi che hanno segnato il corso della sua esistenza.
Mettere al mondo sette figli, per esempio. Una condizione che le ha imposto di non dire mai troppo, né a uno né all’altro. Il buonsenso che l’ha sempre contraddistinta le suggeriva di non intervenire più di tanto nelle nostre vicende. Che ce la sbrigassimo da soli. Ci lasciava fare, si fidava e si affidava.
Così come l’aver sposato un uomo dall’intraprendenza incontenibile, pronto ogni giorno a lanciarsi in una nuova impresa, l’ha spinta ad agire in senso opposto. Frenare, smorzare e attutire, per indurre papà a riflettere e a pensare un attimo, magari anche due, prima di agire.
La rivoluzione della parmigiana
Nata a Reggio Calabria, mia mamma era figlia del suo tempo, con tutti i condizionamenti e le contraddizioni che ne conseguono. Eppure, i luoghi comuni della donna del Sud non le appartenevano affatto. Tranne il fatto di saper cucinare e bene. Seguendo la tradizione, da buona conservatrice qual era. Ma non sempre.
Si accorse che non era più tempo di friggere le melanzane per la sua parmigiana, e in un attimo decise di cucinarle in forno per renderle più leggere. Consapevole di incorrere nell’ira funesta della parentela, già pronta a gridare allo scandalo, portò avanti la sua scelta che sapeva di rivoluzione. Un gesto audace, vissuto da sorelle e cugine come un vero e proprio affronto agli dèi protettori della cucina calabrese.
Gustav Mahler, il grande compositore austrico, affermava che “la tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”. Voleva trasmetterci l’idea di non replicare acriticamente il passato, ma di prendere le idee migliori di chi ci ha preceduto utilizzandole per creare cose nuove nel presente.
Un esempio concreto è proprio la cucina. Una ricetta di famiglia rappresenta la tradizione. Se adori solo le “ceneri”, cucini il piatto sempre nello stesso modo. Se invece “custodisci il fuoco”, usi quella ricetta come base per creare un piatto attuale. Ed è quello che ha fatto mia madre.
Solo chi conosce perfettamente le basi può innalzare torri. Solo chi sa cucinare può compiere la rivoluzione della parmigiana. Solo i conservatori sanno realmente innovare.
Mia madre era una conservatrice, è vero, ma non era refrattaria alle novità, tutt’altro, soprattutto quelle pratiche che rendevano la vita più semplice. Le mie sorelle più grandi mi raccontano che salutò con grande sollievo l’arrivo del latte artificiale e dei pannolini usa e getta. Con sette pargoli da crescere e il lavoro al ristorante da portare avanti, queste innovazioni le semplificarono notevolmente la vita.
Come ci insegna Heidegger
Lina era essenziale e misurata in tutto, soprattutto nell’uso della parola. Era una conservatrice anche in quello. Parlava poco, osservava molto e non giudicava mai. Non amava l’eccesso di informazioni, le opinioni immediate, le indignazioni rapide. Così come evitava di farsi distrarre dal rumore di fondo, continuo e incessante, del vaniloquio.
Giacomo, il primo dei miei figli, filosofo per vocazione e nella vita, dice che mia mamma, è stata la più “heideggeriana” delle nonne, una vera pensatrice del Novecento.
Per Martin Heidegger, mi ha spiegato, la chiacchiera non è semplicemente parlare troppo. È un modo di comunicare in cui le parole circolano senza esperienza effettiva e si ripetono in formule preconfezionate. Si parla di qualcosa senza averne una comprensione autentica, ripetendo opinioni diffuse solo perché “tutti lo pensano o lo dicono”.
Così il linguaggio perde il legame con la realtà. Manca il contatto diretto con “l’essere” delle cose. La chiacchiera, così avversa a mia madre, diffonde la falsa convinzione di aver compreso tutto, spegnendo dubbi e ragionamenti.
Senz’altro, le parole di Giacomo trasudano gratitudine. Quella di chi, da bambino, non apprezzava altro cibo che la pasta e fagioli di nonna Lina.
Tutti noi, oggi, siamo immersi in un flusso incessante di informazioni e contenuti che ci danno l’illusione di sapere. In realtà, il più delle volte reagiamo soltanto: commentiamo, condividiamo, giudichiamo, senza elaborare davvero ciò che accade. Al contrario, lei parlava quando sapeva e comunicava quando era strettamente necessario.
Silenzio, attesa, tempo per capire
Alla morte di suo padre, mia mamma commentò: “Se n’è andato come ha vissuto, senza dare fastidio”. Solo oggi comprendo il senso di quelle parole che allora mi parvero prive d’affetto. Il punto centrale del suo pensiero era la libertà di obbedire a qualcosa di più grande di noi, una fede mai ostentata che comprendeva tutto. Silenzio, attesa, tempo per capire: era questa la sua disposizione d’animo.
Per il grande poeta americano Walt Whitman l’animo umano è fatto di luce e ombra, di corpo e spirito, di razionalità e istinto. In un suo celebre componimento ha scritto: conteneva moltitudini e non lo sapeva. È così che voglio ricordare mia madre.
Per abitudine o mentalità, un conservatore rifiuta le novità, tendendo a preservare il proprio stato attuale. Nei massimi sistemi così come nei piccoli episodi quotidiani. Quando noi figli insistevamo per mettere l’aria condizionata in casa sua, lei rispondeva sempre con la stessa formula: “Perché? Adesso fa caldo ma fra quindici giorni rinfresca”. Noi, ovviamente, l’abbiamo messa ugualmente e lei accettò, senza protestare più di tanto.
Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!
Le parole – per citare “Palombella rossa”, il film di Nanni Moretti – per lei erano importanti. “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!” è diventata una citazione cult della cultura italiana. Un vero mantra, quantomeno nel significato, anche per mia mamma.
Senza rendersene conto, anche lei, come Moretti, era convinta che un uso pigro e approssimativo della lingua, fatto di slogan e frasi fatte, impoverisce la nostra capacità di comprendere il mondo che ci circonda.
Un intellettuale, nevrotico e intransigente, dall’ironia graffiante e dal forte impegno morale. Una donna concreta, senza voli pindarici e malinconie immotivate, che credeva nel fare, nella provvidenza e in un giudizio più alto del nostro. Non avrei mai pensato di affiancare Nanni Moretti a mia mamma, lei che non conosceva il regista romano nemmeno di nome.
Quanto mi manca mia mamma. I suoi silenzi, il suo sguardo indagatore, penetrante e profondo, capace di dire tutto e di più senza il contributo di una sola sillaba.
Lei era una conservatrice, è vero, ma guardava sempre avanti, al domani. Soprattutto, aveva compreso che futuro e avvenire sono due cose ben diverse. Il futuro arriva comunque, l’avvenire lo costruisci giorno per giorno, come ha fatto lei.