• Le storie di Mimmo

Il Milan Club Bergamo Alta

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Tra le tante, straordinarie avventure che hanno segnato la vita di mio padre c’è anche la nascita del Milan Club Bergamo Alta. 

Detta così sembra una cosa da poco. Un gruppo di tifosi, una sede, qualche tessera, una bandiera appesa al muro. Bisogna immaginare, però, cosa significasse fondare il club di una squadra diversa dall’Atalanta, la squadra della città, quasi venerata in un borgo viscerale e appassionato come Città Alta. Dichiararsi milanisti all’interno delle Mura voleva dire scegliere volontariamente l’emarginazione, se non l’essere additati come traditori.

Tra le questioni che animavano il borgo, quella calcistica occupava un posto tutt’altro che marginale. Le discussioni iniziavano nei bar, proseguivano sotto i portici e finivano immancabilmente nel nostro ristorante dove, come quasi ovunque a Bergamo, prevaleva una sanguigna fede nerazzurra.

Il calcio allora veniva discusso con una serietà che oggi non è riservata nemmeno alle questioni di politica internazionale. Un diverbio sulla formazione da schierare la domenica poteva rovinare un’amicizia. Un rigore inesistente rischiava di essere tramandato ai posteri, per generazioni e generazioni. Un milanista a Bergamo doveva imparare molto presto a difendersi.

Mio padre, invece di limitarsi a sopportare le prese in giro riservate a una minoranza gradita nel borgo come la pioggia a Ferragosto, decise di passare all’offensiva. Riuscì a riunire attorno a sé una piccola ma tenace rappresentanza rossonera e, insieme ai suoi sodali, fondò il Milan Club Bergamo Alta.

Noi pochi. Noi felici pochi. Noi manipolo di fratelli.

Erano gli anni Settanta, un periodo non proprio generoso con il mio Milan ma si sa, nella sofferenza e nella difficoltà, ci si stringe per essere ancora più uniti. Forse anche per questo quel sodalizio era inattaccabile, refrattario a ogni offesa o derisione.

“Noi pochi. Noi felici pochi. Noi manipolo di fratelli.” Adoro questo passaggio tratto dal discorso di San Crispino, uno dei monologhi più famosi di William Shakespeare. Prima della battaglia decisiva, Enrico V infonde coraggio e fiducia nei suoi uomini, spaventati nel vedere l’esercito nemico così consistente e numeroso. Sono parole che mi mettono i brividi ogni volta che mi tornano alla mente, soprattutto se ripenso alla mia imberbe fede milanista, messa a dura prova in quegli anni in cui di glorioso c’era davvero poco.

Città Alta era molto più popolata di oggi e il tifo per una squadra era una dichiarazione d’identità, quasi un secondo documento. La fede calcistica aveva qualcosa di sacro e intoccabile. Non si cambiava squadra per alcun motivo. Anzi, si rimaneva fedeli ai propri colori, a maggior ragione quando non portava alcun vantaggio o, addirittura, non conveniva esserlo.

Veri “casciavit” bergamaschi

Il Milan Club Bergamo Alta si riuniva ogni martedì sera in una cantina, proprio sotto il ristorante, messa disposizione da mio padre. Un luogo umido e antico, probabilmente più adatto alla stagionatura di prosciutti e salami che a discutere di calcio. Sotto quelle volte di pietra e mattoni, nel giro di poche ore, l’aria si addensava per il fumo delle sigarette, vibrando elettrica per le opinioni contrastanti sugli undici da mettere in campo domenica nel derby.

Pluralismo e spirito democratico alimentavano la vita del club. Il sogno irrealizzabile di ogni formazione politica si concretizzava in quello scantinato. Il club era composto da idraulici e muratori, fabbri e tappezzieri, baristi, cuochi e camerieri. Potevano avere idee politiche differenti e frequentare parrocchie diverse ma, prima di ogni altra cosa, erano milanisti. Veri “casciavit” bergamaschi.

Ognuno aveva contribuito alla sistemazione della sede con il proprio mestiere. Il fabbro aveva realizzato le ringhiere e i passamano. L’imbianchino li aveva dipinti di rosso e di nero. L’idraulico si era occupato del bagno. Il muratore aveva dato la calce ai muri. Il tappezziere aveva rammendato e rimesso a nuovo alcune sedie che chiunque altro avrebbe buttato via. Il bibliotecario archiviava gli articoli di giornale sul Milan, ritagliandoli e ordinandoli con la massima cura. 

Il sogno di quei carbonari rossoneri era vincere lo scudetto della stella, quello sfumato il 20 maggio 1973 nella “Fatal Verona”. Di quella giornata se parlava come di una tragedia, un vero e proprio lutto. Ciascuno si ricordava esattamente dov’era, con chi avesse ascoltato la partita e il momento esatto in cui aveva capito che tutto era perduto. Le sconfitte, più ancora delle vittorie, finiscono per diventare una forma di appartenenza. 

Quegli uomini tornavano ogni martedì nella stessa cantina a parlare del Milan, con passione e trasporto, come se il discuterne potesse cambiare il risultato della domenica precedente o influire su quello della successiva.

Almeno un po’ di bellezza

Scudetti persi all’ultima giornata, continui rischi di fallimento e crisi societarie, coppe vinte barricandosi in difesa per novanta minuti, salite e discese tra la Serie A e la Serie B. Nel dipanarsi di tutte queste vicende e relativi tormenti, per tutti noi cuori rossoneri la luce in grado di vincere il buio delle tenebre era una sola: Gianni Rivera.

Il nostro eroe non dominava fisicamente ma intellettualmente. Anticipava i tempi di gioco grazie a una visione totale e alla perfezione dei suoi passaggi filtranti. Aveva un’aria intelligente anche quando restava fermo e immobile. Ti dava l’idea di essere a conoscenza di qualcosa che gli altri giocatori avrebbero compreso solo qualche secondo più tardi. Un capopopolo elegante, il rappresentante ideale di una tifoseria che, anche nei momenti più tristi, reclamava almeno un po’ di bellezza.

Adorato da mezza Italia e detestato dall’altra metà, Rivera divise anche gli uomini di cultura. Pasolini di lui scrisse: “Il calcio è un linguaggio con i suoi poeti e i suoi prosatori. Gianni Rivera gioca un calcio in prosa, ma una prosa poetica: da elzeviro”.

Gianni Brera, al contrario, non lo amava affatto. Lo descriveva come un aristocratico del settecentesco, altero e raffinato, prestato non si sa come a un gioco di fango e contrasti. Rivera rispondeva sul campo con il suo imperturbabile aplomb: “Io non corro, faccio correre la palla”.

Ancora oggi, Gianni Rivera illumina i ricordi di chi lo ha visto giocare. Poco tempo fa, in rete, ho trovato questo frammento che lo descrive in chiave musicale. Nella loro pagina, Zona Nove, gli autori lo raccontano così: “Se si potesse trasformare in note sul pentagramma, al suo esordio assomiglierebbe ai Beatles degli inizi, ancora acerbi, ma che già facevano intravedere classe da vendere. Con quella faccia da bravo ragazzo che piaceva anche alle mamme, sembrava più Paul McCartney, ma dentro di lui covava anche uno spirito ribelle, alla John Lennon. Il suo gioco non era il rock duro, ma una melodia classica in cui la palla viaggiava su linee invisibili disegnate dalla fantasia. Con il tempo, il suo gioco acquisì sempre più forza e personalità. Non il rock-blues dei Rolling Stones e neanche l’hard-rock di Led Zeppelin. Gianni aveva un tocco sognante e fiabesco, cesellato da passaggi maestosi. Ecco, forse i primi Genesis potrebbero fare al caso nostro, con i loro delicati ricami classicheggianti”.

Forza e bellezza come non si erano viste mai

Gli anni passarono, veloci e imprendibili come sempre. Il Milan tornò dalla Serie B, attraversò altre delusioni e momenti di smarrimento. Poi, quasi all’improvviso, diventò la squadra di Berlusconi, Sacchi e dei tre tulipani: Gullit, Van Basten e Rijkaard. 

Per chi aveva trascorso anni a soffrire nella cantina sotto il ristorante, quel Milan sembrava quasi eccessivo. Fin troppo. Vinceva, giocava bene e qualche volta dava persino l’impressione di sapere in anticipo come sarebbe finita. La sofferenza terrena, ogni tanto, viene ricompensata.

E venne il giorno del grande esodo. Pronto a invadere Barcellona, il popolo milanista visse una delle pagine più esaltati della sua storia. Forza e bellezza come non si erano viste mai, per alzare al cielo nuovamente la Coppa dei Campioni dopo i successi degli anni Sessanta. Ma qui inizia un’altra storia. E che storia…