• Nato in Città Alta

Siamo stati noi

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È l’adolescenza. Quella fase di transizione biologica, psicologica e sociale, che conduce l’individuo dall’infanzia all’età adulta, in cui il concetto di tempo è qualcosa di astratto.

Di quel tempo indefinito, pensi di averne una disponibilità illimitata, convinto che sarà così per sempre. 

Ricordo pomeriggi in cui non sapevo proprio come arrivare a sera. Soprattutto nella bella stagione, in cui, io e i miei amici eravamo liberi di girovagare senza una meta, in lungo e in largo, per Città Alta. 

Il borgo era piccolo, ma a noi sembrava sterminato. Forse perché era un susseguirsi di vicoli e anfratti a noi ancora ignoti. Bastava quello per dare a ogni giornata il senso dell’avventura e placare la nostra sete insaziabile di esplorazione, paragonabile solo a quella del leggendario dottor Livingstone.

Nelle piazzette e negli androni si svolgevano le nostre Olimpiadi, organizzate recuperando oggetti di fortuna e bici scassate. Giocavamo a pallone tra una via e l’altra, meglio ancora se c’erano dei muretti con cui fare sponda per dribblare l’avversario. Oggi la chiamano psicomotricità. Per noi, la regola essenziale per stare al mondo.

Era tassativo: bisognava cavarsela col pallone e saper andare in bicicletta. Così come nuotare, o quantomeno stare a galla, nelle anse ombrose del Brembo, che raggiungevamo pedalando per chilometri nelle giornate roventi d’agosto. Restavamo in attesa del buio per poter pescare, puntando le nostre torce lì dove il fiume scorreva lento e l’acqua rifletteva il cielo stellato come uno specchio rotto.

Quando c’era di mezzo il pallone, non avevi scampo. Se sapevi fare un cross decente, bene, altrimenti ti mettevi in porta, dove la traversa non era contemplata e i pali erano i nostri maglioni ammucchiati.

Chi si stancava dopo due pedalate o non aveva mai sentito parlare di fuorigioco veniva crudelmente messo da parte. A meno che non avesse qualche jolly da giocare: come conoscere i nomi delle costellazioni o delle stelle che, nelle sere d’estate, guardavamo stupefatti dalle Mura.

In balìa di un tumulto incontrollato di emozioni, un giorno ti sentivi invincibile e quello successivo sprofondavi in un senso di totale inadeguatezza.

Volevamo vedere, provare, sapere tutto

In quegli anni, la crudeltà degli adolescenti era accettata come un’iniziazione alla vita. L’avevamo appreso da quelli più grandi di noi e, senza farci troppe domande, lo trasferivamo a quelli più piccoli. 

Possibile che fossimo così insensibili alle fragilità degli altri? Eppure, non ricordo cattiveria, ma un’impulsività incontrollata, quasi feroce, che a volte sfociava nell’indifferenza, senza valutare le conseguenze delle nostre azioni. Nel ripensarci, provo un poco di vergogna.

Eravamo in preda a una curiosità vorace e smisurata. Volevamo vedere, provare, sapere tutto. Arrivare dove non eravamo mai arrivati, entrare dove non si poteva entrare, scoprire cosa ci fosse in fondo alla strada, oltre un muro o dietro un portone. Non sapevamo bene cosa fosse il mondo, ma eravamo convinti che fosse lì, a portata di bicicletta.

Un giorno d’estate ci incamminammo verso Sant’Agostino, che negli anni Settanta era solo uno dei tanti contenitori storici abbandonati, e decidemmo che lì avremmo costruito la nostra sede, la nostra casa, il nostro rifugio.

Per entrarci dovemmo scalare un muro alto almeno tre metri. Come al solito, il più abile di tutti ad arrampicarsi era Ské, che poi aiutò noi altri a salire calando una corda recuperata – sarebbe meglio dire trafugata – dallo zio contadino di uno di noi.

Avevamo visto dei muratori costruire un muretto in un baleno, così decidemmo di provarci anche noi, usando le pietre sparse nel prato di quella rovina che, un tempo, era stata un monastero, per diventare poi un presidio militare. 

Checco si vantava di essere un esperto perché il papà aveva fatto il muratore e lui l’aveva visto all’opera. Suo padre era morto da poco e Checco, nella vita, poteva contare sui tre fratelli più grandi che già lavoravano.

Già, perché allora una delle nostre più grandi ambizioni era andare a lavorare, guadagnare quattro soldi e non dipendere più da nessuno. E magari comprarsi una bicicletta. Non una Saltafoss con le sospensioni a molla, come quella in dote ai ragazzi di buona famiglia, a noi bastava fosse nuova. E dalla bicicletta era un attimo sognare il motorino. Non avevamo alcun problema a guidarlo, perché i più grandi ogni tanto ce lo facevano provare.

Un disco volante sul prato di Sant’Agostino

Quella volta, a Sant’Agostino, eravamo così presi dalla nostra opera da non accorgerci che stavano calando le prime ombre della sera. Orologi non ne avevamo. Nemmeno quelli della Prima Comunione, perché le nostre madri, manco si fossero messe tutte d’accordo, non ce li lasciavano usare. Erano regali importanti, oggetti preziosi da mettere al polso solo ai matrimoni e alle cresime.

Ormai era quasi buio, ed io, non mi vergogno ad ammetterlo, ero il più pauroso del gruppo. Rendendomi impopolare, intimai che era ora di tornare a casa. La tana l’avremmo finita l’indomani. Mi ero preso una responsabilità enorme: avevo infranto quel momento magico in cui il tempo aveva smesso di esistere.

Gli amici mi presero in giro per tutto il viaggio di ritorno, ma sentivo di aver fatto la cosa giusta, avevamo oltrepassato il limite. I nostri genitori non sapevano quasi mai dove fossimo veramente, ma era quasi notte e questa volta l’avevamo fatta grossa. Più grossa del solito.

Cominciai a pensare a qualche scusa che potesse almeno limitare le urla dei nostri genitori. Lanciai l’idea di aver visto atterrare un disco volante sul prato di Sant’Agostino. Aveva bruciato tutta l’erba lasciando un enorme buco. Non ci credevano? Potevano andare a vedere di persona. Nel caso, a fare il buco ci avremmo pensato noi.

Ské, Checco, Bruno e Gianni erano più bravi di me in ogni cosa. Campioni in tutte le arti, sì, ma non avevano la mia fantasia, non sapevano inventare storie. E le storie, a volte, possono salvarti dai pasticci e dalle punizioni.

Preparati un cuscino, perché di botte ne prenderai tante, ma tante.

La prima tappa fu a casa di Gianni. La luce della cucina era accesa. Dalla strada riuscivo a intravedere l’esile lampadario pendere dal soffitto.

Gianni fece appena in tempo a salire i primi gradini che venne investito dalle urla di suo padre, un omone grande e grosso che solo a vederlo faceva paura. Le invettive che gli gridava in faccia erano in dialetto e non le capivo, ma potevo immaginarne il senso.

Poi fu la volta di Checco, che abitava in una sorta di torre. Lui, che il padre non l’aveva più, fu inseguito dalla madre per le scale. Cercava di colpirlo invano con una ciabatta, non prima di aver incolpato Ské di essere l’ideatore della bravata.

Per ogni guaio che combinavamo insieme davano sempre la colpa a lui. Sarà stata l’espressione beffarda perennemente stampata sul volto, o il suo essere imprendibile e sgusciante, non solo su un campo di calcio. Questo, agli occhi degli adulti, bastava a renderlo responsabile di qualsiasi malefatta.

Arrivati dinanzi alla casa dove abitava Ské, apparve suo fratello sulla soglia. Con una punta di sadismo accompagnata da un ghigno fastidioso, gli disse: “Preparati un cuscino, perché di botte ne prenderai tante, ma tante.” Probabilmente andò così, anche se Ské lo nega perfino oggi.

Venne il mio turno. Da lontano, scorsi mia madre sulla porta del ristorante. Conclusi che mai avrebbe creduto alla faccenda del disco volante. Mi avvicinai lentamente accorciando i passi e, quando fui abbastanza vicino, riconobbi sul suo viso la smorfia di quando piangeva cercando di trattenere le lacrime.

La sorte venne inaspettatamente in mio soccorso. Accanto a mia madre vidi comparire la figura inconfondibile di mio zio Enzo. Prima ancora che lei aprisse bocca, lui la esortò a perdonarmi. In fondo, diceva, era stata solo una ragazzata e tutto era finito bene.

Adoravo mio zio Enzo. Mi raccontava di quando era stato partigiano e di quella volta in cui una raffica di mitragliatrice lo aveva colpito di striscio portandosi via mezzo gomito. L’unico adulto di mia conoscenza che avrebbe fatto finta di credere alla storia degli UFO.

Gli occhiali di Nonno Aventi

Passarono alcuni giorni prima che ci permettessero di uscire di nuovo. Ma una domenica di pioggia, con la scusa di andare a messa, ci ritrovammo a casa del nonno di Bruno, che di mestiere faceva il rilegatore di libri.

Noi lo chiamavamo Nonno Aventi, perché quello era il suo bellissimo cognome. Vedovo da tanti anni, era buono come il pane, gli piaceva farci vedere come si poteva far rinascere un libro malmesso.

Quel pomeriggio ci mettemmo a giocare con i suoi attrezzi da lavoro e uno di noi, non ricordo chi, indossò gli occhiali da presbite senza i quali Nonno Aventi non riusciva a lavorare. Tra una risata e l’altra, gli occhiali caddero e una delle aste si staccò.

Eravamo spaventati e divertiti allo stesso tempo, incapaci di distinguere tra queste due emozioni. Fino a quando Ské, sempre lui, venne folgorato da un colpo di genio. Mettemmo una sedia vicino alla porta d’ingresso e, sopra di essa, in bilico, gli occhiali con l’asta sistemata al meglio.

Quando Nonno Aventi rientrò, la porta urtò contro la sedia facendo cadere gli occhiali. L’asta si staccò e noi gridammo in coro: “Oh no, hai rotto gli occhiali!”

Lui rimase esterrefatto, ma cadde nel tranello, rammaricandosi di quanto la vecchiaia gli avesse fatto perdere la sana abitudine di rimettere sempre al loro posto gli strumenti di lavoro.

Con l’inganno, avevamo vinto noi. Perché eravamo fantasiosi e crudeli, solidali e vigliacchi, impauriti e felici. Eravamo ragazzi.

Nonno Aventi non c’è più da tanti anni e non posso più chiedergli scusa. Ma cosa darei, oggi, per potergli dire: “Nonno Aventi, siamo stati noi. E i tuoi libri erano bellissimi”.