- Nato in Città Alta
Stasera esco
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“Era de maggio, io no, nun mme ne scordo”. È il verso di una bellissima canzone napoletana. Di tanto in tanto, mi torna in mente e, in un istante, sono nel 1978.
Avevo tredici anni ed era maggio, per l’appunto. Chi aveva voglia di pensare ancora alla scuola? C’era luce fino a tardi e il freddo invernale era solo un ricordo vago e lontano.
Proprio in quei giorni, in occasione del mio compleanno, mi erano stati regalati un paio di Levi’s, una Lacoste blu e l’ultimo disco di Francesco De Gregori. Si intitolava semplicemente “De Gregori” e, come prima canzone del lato A, c’era una futura pietra miliare della musica italiana: “Generale”.
Fino a quel momento, avevo ereditato i vestiti da mio fratello maggiore e ascoltato la musica che piaceva agli altri. Ora indossavo una polo e dei jeans alla moda, trascorrendo gran parte del mio tempo libero a consumare la puntina del giradischi. Sì, ero diventato grande.
A maggio, noi ragazzi di Città Alta avevamo il permesso di uscire la sera per andare all’oratorio e seguire le funzioni religiose dedicate alla Vergine Maria. Era un posto sicuro e i genitori si fidavano ciecamente. Giocavamo a pallone sul sagrato della chiesa, ed era anche l’occasione per conoscere facce nuove, possibilmente femminili.
Un Tratto Pen nel taschino
Per la mia indole irrequieta, crescere significava guardare “fuori”: da casa, dalla mia classe, dalla mia squadra di calcio, da me. Ero costantemente proiettato verso l’esterno. Non era tanto importante essere “fuori casa” quanto essere “fuori da me”. Ecco perché la mia memoria, personale e locale, tuttora si fonde con quella collettiva e nazionale.
Il 1978 fu l’anno dei tre Papi, fatto unico nella storia, ma soprattutto del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro, un evento che mi colpì profondamente. Ancora oggi, in ricordo di questo statista, vittima della lotta armata e del terrorismo, nel taschino della giacca ho sempre un “Tratto Pen”. Sdraiato nel covo in cui era segregato, Moro scriveva le sue lettere con quella penna a punta sintetica e inchiostro ad acqua che, a differenza delle altre, funzionava pure in quella posizione, senza che mancasse mai l’inchiostro.
Quell’anno, anche a Bergamo si percepiva una grande tensione. Nelle maggior parte delle scuole superiori si tenevano assemblee infuocate, organizzate da gruppi extraparlamentari molto attivi. Città Alta, al contrario, forte del suo tessuto cattolico, fatto di parrocchie, oratori e associazioni, manteneva il suo status di borgo tranquillo e imperturbabile.
Vi era un contrasto profondo tra la mia vita di quartiere, collettiva e tutelata, e la turbolenza politica degli anni di piombo percepibile nella città moderna. La Bergamo Bassa dei viali alberati e delle case Liberty, ma anche dei numerosi istituti scolastici dove si rifletteva il minaccioso sobbollire delle fabbriche della provincia.
Un mondo che stava cambiando
Tutto ciò non bastava a fermarmi. Era il momento di uscire dal mio ovattato e confortante guscio familiare e di trasgredire, entro certi limiti, qualcuna delle rigide regole con cui ero stato educato.
Ricordo perfettamente quel pomeriggio del maggio 1978 in cui, la prima volta, chiesi ai miei genitori il permesso di poter uscire la sera. Mi dissero di sì, senza fare obiezioni, forse perché conoscevano bene le distanze ridotte che concedeva il perimetro delle Mura.
Da quel momento, una volta terminato di cenare, non sarei più rimasto a casa. Ero pronto per lanciarmi nella mischia. Era un mondo che stava cambiando, velocemente e radicalmente.
Uscire la sera, con gli amici, significava essere liberi di esplorare spazi sconosciuti, immersi nell’incanto elettrizzante dell’ombra serale, così diversa dalla rassicurante luce del mattino.
Città Alta non era illuminata e, dopo le otto, in strada non c’era più nessuno. Con il buio, le panchine, i portoni, le insegne dei negozi e dei bar, mutavano d’aspetto. Anche l’aria aveva un odore diverso. Potevi cogliere il profumo dell’erba dei prati sotto le Mura, la quale, dopo il tramonto, si caricava di umidità.
Attraversavamo il quartiere guidati dal mormorare dell’acqua che si riversava nelle fontane e dal perpetuo alternarsi di luci e ombre. Quando pioveva, lungi da noi avere l’ombrello, si stava sotto le grondaie che conoscevamo una ad una.
Ed eccola lì, la “compagnia”. I ragazzi più grandi ti guardavano con un sorriso appena abbozzato difficile da interpretare, non capivi se fosse di approvazione o di spregio. Tu facevi finta di niente, ma ti sentivi perennemente osservato, come se stessi sostenendo un esame non dichiarato ma di primaria importanza.
Quando ti facevano salire sulla moto – il più delle volte sottratta a un fratello più grande o il “Vespino” in regalo per i sedici anni – il cuore accelerava più del motore. Non era solo la velocità, era l’idea che stessero condividendo con te un frammento del loro mondo, quello dei “già cresciuti”.
E poi c’erano le ragazze. Non sapevi cosa dire, come startene nelle tue braccia, e non capivi affatto cosa pensassero di te. Intuivi di non essere più invisibile come quando eri un bambino, ma non eri ancora ben definito come un adulto.
Rappresentavi qualcosa in divenire, ancora provvisorio e incerto, sospeso tra chi eri ieri e chi saresti diventato domani. Vivevi nell’attesa di questo passaggio e, quando accadeva, non te ne accorgevi. Ormai eri già dall’altra parte.
La felicità aveva il colore del fango
Cambiavano pure le priorità. E capitava di decidere che alcune cose erano più importanti di altre, come una partita di calcio, che aveva la precedenza sulla tua Cresima.
A causa di una brutta influenza, l’anno prima non avevo potuto fare la Cresima insieme ai miei coetanei. Ero rimasto indietro rispetto a tutti i miei amici. Ora toccava a me, ma ero solo. Fu così che la domenica designata ad elevare il mio spirito io dovessi giocare, con la mia squadra, una partita fondamentale per mantenere il primo posto in classifica. Non potevo mancare, chi altri avrebbe guidato con sapienza tattica le trame di gioco a centrocampo?
La sera prima, senza dir nulla a mamma e papà, preparai la borsa da calcio sistemandola, dietro la poltrona, vicino alla porta di casa. La mattina mi alzai prestissimo. Andai in cucina con l’intenzione di trangugiare al volo un paio di biscotti e vidi il vestito che mia madre aveva comprato qualche giorno prima. Desiderava tanto vedermi elegantissimo dinanzi al “nostro Vescovo Giulio”.
Eravamo andati da “Bruno, casa del pantalone”, storico negozio di abbigliamento in Città Alta. Ci accompagnò mia zia, fu lei a scegliere una camicia a righe con il colletto alla francese e dei pantaloni con le “pences”: sarei stato un figurino. Nel vedere sulla mia sedia quei capi perfettamente stirati venni attanagliato dal senso di colpa, il medesimo di quando provai il vestito in quella bottega, sapendo bene che la domenica non lo avrei indossato.
Quella mattina pioveva a dirotto. Ci si trovava alla Fara, come sempre, pronti ad andare in trasferta a bordo della 128 Fiat verde bandiera del nostro allenatore, il nostro amato Gianni Morosini.
Fu una partita memorabile giocata sotto un autentico diluvio. Nelle pozzanghere si scivolava che era una meraviglia. Con addosso una maglietta che, gravida di pioggia, pesava tre chili in più, la felicità aveva il colore del fango sulla faccia.
Il triplice fischio dell’arbitro decretò la fine di quella sfida memorabile, mentre l’euforia per la vittoria scemava rapidamente al pensiero di ciò che mi aspettava.
Varcai la porta di casa in punta di piedi sperando di farla franca, o quantomeno di rimandare il momento del giudizio, ma incrociai immediatamente lo sguardo di mia madre. Aveva gli occhi rossi, forse aveva pianto ma preferii pensare che stesse tagliando le cipolle per il soffritto. Si limitò a poche frasi, dure e affilate, che mi fecero sentire un essere spregevole e un traditore della fiducia altrui. Mio padre, al contrario, non proferì verbo e proseguì a non rivolgermi la parola per almeno una settimana.
Vento nel vento e acqua nell’acqua
Ero amareggiato e confuso, quando mi si fece incontro mio nonno Diego. Era l’uomo più buono del mondo, uno che non parlava mai e, se apriva bocca, lo faceva per pronunciare una manciata di sillabe in dialetto calabrese. Sul volto, aveva l’espressione di chi sapeva già tutto, uno a cui la vita si era persino annoiata di regalargli sorprese, belle o brutte che fossero, tanta era la sua capacità di essere vento nel vento e acqua nell’acqua.
Mio nonno si chiamava come me o, meglio, ero io a chiamarmi come lui. Il mio nome di battesimo, infatti, è Diego. Fatto sta che, quest’uomo dal cuore grande e generoso, teneva immensamente a tutti i nipoti, in particolare a quelli che portavano il suo nome. Tirò fuori dalla tasca una banconota da cinquemila lire e me la diede, facendo lievitare ancor di più la vergogna che provavo in quel momento, subito acquietata dal suo sorriso benevolo che sapeva tanto di perdono.
La giornata prosegui come nulla fosse, tra l’acciottolio di piatti e stoviglie al ristorante e il muto disorientamento dei miei parenti che non ci avevano capito nulla. La quiete dopo la tempesta. Ad ogni modo, cercai di farmi vedere il meno possibile, rintanandomi nella mia stanza.
Quel pomeriggio, il Milan giocava a Napoli. Sdraiato sul letto, mi lasciai cullare dalle voci amiche di Ciotti, Ameri e degli altri radiocronisti di “Tutto il calcio minuto per minuto”. Al San Paolo terminò 1 a 1, con i gol nel finale di Albertino Bigon e Vinazzani.
Tanto per cambiare, nel 1978, lo scudetto lo vinse la Juve. La rivelazione del campionato, però, fu il Lanerossi Vicenza di Paolo Rossi e del quartetto a centrocampo “Guidetti, Cerilli, Filippi, Faloppa”, che solo a pronunciarlo ti si imbrogliava la lingua. Presidente di quella squadra era Giussy Farina che, di lì a poco, avrebbe acquistato il Milan.
Non fare tardi, che domani si lavora
Alla mancata unzione del Santo Crisma, con annesso schiaffone del Vescovo, riparai anni dopo. Dovetti imparare a memoria le virtù cardinali. Non avrei mai pensato che prudenza, giustizia, fortezza e temperanza c’entrassero così tanto con la mia vita e con quel gesto di mio nonno.
L’anno successivo sarei andato al liceo, non sentivo più il dovere di comunicare all’intera famiglia: “Stasera esco”. Eppure, ho continuato a farlo, fino all’ultimo giorno in cui ho vissuto con i miei. Forse perché, in fondo, mi faceva stare bene sentire, ogni volta, l’identica risposta di mio padre. Senza alzare lo sguardo dalla sua adorata Settimana Enigmistica, più attento a risolvere il “Bartezzaghi” che al mio andare e venire, mi ammoniva: “Non fare tardi, che domani si lavora”.