• Nato in Città Alta

Il ventre di Città Alta

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Un antico detto africano ci racconta che per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. 

La responsabilità della crescita è estesa a tutta la comunità, che educa i più piccoli attraverso la condivisione delle conoscenze, mentre le relazioni esterne al nucleo familiare arricchiscono il bambino, emotivamente e socialmente, preparandolo al futuro. 

Penso che diventare grande in Città Alta negli anni Sessanta e Settanta avesse più di una somiglianza con l’approccio naturalmente educativo di uno sperduto villaggio nel cuore dell’Africa, la culla dell’umanità. 

Per la maggior parte di noi non è stata una crescita lineare. Così come per comprendere appieno il “villaggio” in cui divieni adulto, devi viverne anche le sue contraddizioni, i suoi limiti e i suoi eccessi. E, soprattutto, conoscere bene le persone che lo abitano. 

In quegli anni, le strade di Città Alta erano animate da personaggi davvero unici e straordinari. Un borgo che accettava senza problemi le diversità delle persone, raccolte in un’intimità urbana in cui nessuno ti notava ma tutti sapevano ogni cosa di te. 

Oggi, lungo la Corsarola non ci sono più le botteghe di calzolai, barbieri e macellai, con i loro inconfondibili sentori, dolci e suadenti, ma anche acri e pungenti. Al loro posto, ora prosperano attività commerciali che tendono a conformarsi, nelle luci e nei colori, e nell’assenza di odori. 

L’omologazione di luoghi e individui era ancora da venire. Al cuore del “villaggio”, vi erano le persone, i rapporti e le dinamiche fra di loro, tra ordine e caos, noia e trasgressione. Città Alta fremeva ardente di vita reale.

Oltre i giudizi e i preconcetti.

Nei miei ricordi vi è una donna di mezza età che per tutti noi ragazzi era bellissima. Sempre con la testa tra le nuvole e irrimediabilmente distratta. Il suo spirito indipendente la portava a starsene in disparte, diretta nelle sue esternazioni e ostinatamente diversa per distinguersi dagli altri. 

Un giorno ti sembrava lontana, scostante e immersa nelle sue fantasticherie. Un altro giorno, invece, schierata contro ogni ingiustizia e la fame nel mondo, voleva a tutti i costi farti partecipe del suo sdegno. 

Una volta, mi capitò di incrociarla in Cittadella. Accennai un saluto e lei, di punto in bianco, mi disse: “Il sesso? Molto sopravvalutato.” 

La incontravo spesso. Mi raccontava che lei, a vivere tra le vie strozzate del borgo medievale, ci era finita per caso. O meglio, per volere di sua madre, la quale le aveva sempre raccomandato che una ragazza onesta deve metter su famiglia con un brav’uomo. E lei questo galantuomo lo aveva trovato lì, in Città Alta. 

Quando suo marito morì, troppo presto, lei si ritrovò sola e smarrita, con il suo incedere leggero e la sua pelle diafana, da modella in posa, a farle da unica compagnia. 

Ogni tanto, la domenica pomeriggio, passeggiava con la radiolina incollata all’orecchio sentendo le partite. Non sapeva nulla di calcio ma quelle voci le ricordavano suo padre seduto in salotto ad ascoltare le vicende non sempre entusiasmanti dell’Italia pallonara. 

In lei traspariva un’ingenuità di fondo che la rendeva vulnerabile ma altrettanto affascinante. Percepivo una bontà d’animo che mi faceva andare oltre i giudizi e i preconcetti su di lei. 

Galletti ruspanti e polli in batteria.

Poi, c’era quell’altra signora che, ogni pomeriggio, sedeva ai tavoli del Circolino per giocare a carte. Unica donna a destreggiarsi con disinvoltura in un mondo normalmente riservato ai rappresentati del genere maschile. Ed era sempre lei a scegliere il gioco – canasta, briscola o scopa – ed era sempre lei a decretare chi fosse degno di potersi accomodare al suo tavolo.

Le poche volte in cui non c’era, erano gli uomini a decidere – chi, cosa e quando – e lo facevano sempre in maniera rumorosa, accompagnando il gioco con grida inutilmente moleste nei confronti chi sbagliava a calare una carta a scopa d’assi o briscola chiamata. Quando lei era presente, invece, al Circolino non volava una mosca. Il suo carisma era innato, lo percepivi nell’aria. Era una faccenda di magnetismo e personalità.

La sua prorompente femminilità si manifestava in una pienezza florida, sottolineata dal trucco marcato sulle sopracciglia, un vezzoso neo sulla guancia e i capelli lisci, neri, tanto da sembravare verniciati. Davanti a lei, tutti quei galletti ruspanti che saltellavano inquieti si tramutavano in pacifici polli in batteria. 

Durante il gioco, sorrideva appena. Non muoveva la bocca ma le fiammeggiavano gli occhi. Qualcuno diceva che aveva avuto molti amanti e forse, tra questi, anche più di un suo compagno di quei pomeriggi trascorsi giocando a carte. Di loro probabilmente conosceva pregi, difetti e qualche segreto, magari inconfessabile. 

Gli anziani, quelli veri.

In mezzo al vociare di Piazza Vecchia e della Corsarola, si rappresentavano commedie in forma di tragedia ma che pur sempre restavano commedie.

Rammento l’odore di fritto e i polli appesi in strada, fuori dal macellaio, che mi sembrava il giudice di Pinocchio, il bancone alto in marmo da cui si sporgeva e le signore che gli raccomandavano di eliminare con cura il grasso dalla carne perché il marito non lo digeriva. 

Mi ha sempre affascinato la voce ferma e autorevole delle donne che facevano la spesa, a cui i negozianti rispondevano con la pazienza di chi aveva appreso, sin da piccolo, che al cliente bisogna sempre dire di sì. 

In quel teatro d’improvvisazione non c’erano buoni e cattivi. Ognuno recitava senza artifici la propria parte. Si era lontani come estranei ma vicini come fratelli. 

È vero che, quando sei un ragazzo, gli adulti ti sembrano tutti vecchi e magari hanno solo quaranta o cinquant’anni, ma gli anziani, quelli veri, c’erano davvero e a me piaceva conoscerli e parlarci. 

Come quell’uomo che da sempre vedevo camminare a passo svelto lungo le Mura. Mi raccontò di aver lavorato tutta la vita in un negozio di ricambi per le auto Fiat. Era un vero esperto in materia, tanto da conoscere a memoria ogni bullone di qualunque autoveicolo prodotto dalla casa torinese. 

Era fiero di essere stato un gran lavoratore, serio e responsabile. Aveva comprato la casa a entrambi i figli e si sentiva appagato. Un’epoca lontana, quella industriale degli anni Settanta, in cui la classe operaia si sentiva coinvolta nel costruire il domani, il proprio e quello del Paese.

Donne fatali in là con gli anni e uomini con le mani sporche di grasso.

Dal meccanico al gommista il passo è breve. Si vede che ero attratto da chi trafficava nel mondo dei motori. Conobbi, infatti, un altro signore, anche lui molto anziano, che mi parlava con entusiasmo del suo lavoro di gommista. Nella sua lunga carriera, aveva cambiato lo pneumatico a un gigantesco caterpillar in un inaccessibile cantiere d’alta montagna così come la gomma da pochi pollici di un Ciao malandato. Ruote grandi o piccole per lui erano la stessa cosa, le amava tutte, facevano parte della sua vita. 

Donne fatali in là con gli anni e uomini con le mani sporche di grasso. Le loro vite si intrecciavano in una messa in scena il cui palco diffuso erano i vicoli di Città Alta, fonte inesauribile di immagini, personaggi e atmosfere. Un organismo vivente dotato di un cuore pulsante che distribuiva la propria linfa vitale in ogni via, in cui i brusii si miscelavano ai rumori facendosi spazio qua e là, e un ventre che digeriva qualsiasi cosa, trasformandolo in nutrimento per tutti noi.