- Nato in Città Alta
L’abbraccio di Liv Ullmann
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C’è la magia del pallone, soprattutto se a rincorrerlo su un prato verde e ben curato ci sono uomini in maglia rossonera, meglio se a strisce sottili. Ci sono il cibo e il vino come cultura, come massima espressione di terre e popoli. Poi c’è la settima arte.
Negli anni Venti del secolo passato, un noto critico italiano usò questa definizione per descrivere il cinema, capace di realizzare la sintesi ideale tra le sei arti tradizionali: architettura, scultura, pittura e le più viscerali poesia, musica, danza. Un’arte “nuova” capace di integrare movimento e narrazione, spazio e tempo.
Ho cominciato ad andare al cinema da bambino. Non ricordo esattamente il primo film che ho visto ma rammento alla perfezione le domeniche pomeriggio al cinematografo dell’oratorio.
Herbie il maggiolino tutto matto e Tarzan, il signore della giungla, le risse surreali e interminabili che animavano i film con Bud Spencer e Terence Hill. Catapultato in un mondo di avventure fantastiche ed elettrizzanti mi era difficile poi, una volta apparsa la parola “fine”, o “the end”, tornare alla dura realtà dei compiti e delle regole di casa.
Adoravo anche tutto il contorno che arricchiva l’esperienza cinematografica. Trovarsi mezz’ora prima con gli amici per giocare a pallone nel campetto dell’oratorio, gli scherzi innocenti e i piccoli dispetti tra noi mentre si era in fila per acquistare il biglietto.
Stringhe e Assabesi
Compravamo caramelle e gomme da masticare fino a gonfiarci le tasche. Io adoravo le Fondenti Perugina e le Rossana, altri preferivano le mou polacche e le Big Babol. Per fortuna, almeno lì, non c’erano quelle disgustose caramelle al rabarbaro, chissà perché, tanto amate da tutte le nonne e le zie. Non mancavano mai, invece, le stringhe e gli Assabesi.
Ero davvero ghiotto di quei confetti gommosi alla liquerizia. E mi piacciono ancora oggi, tant’è vero che, Da Mimmo, non manca mai un vassoio colmo di Assabesi vicino alla cassa. Più di un cliente, prima di uscire, ne prende qualcuno in mano per metterselo in bocca una volta che è sulla Corsarola. Anche io, ogni tanto, ne assaggio uno: chiudo gli occhi e sono all’oratorio.
In attesa che iniziasse il film facevamo un baccano infernale. Urla e schiamazzi, aeroplanini che volavano al grido di “banzai!”, manco ci fosse un’incursione di Zero della Marina Imperiale giapponese. Fino a quando, all’apparire dei titoli di testa, arrivava il signor Gildo, il custode della sala cinematografica nonché curatore della rassegna domenicale riservata a noi monelli di Città Alta.
Avanzava nel buio a passi veloci brandendo una torcia con la quale individuava i disturbatori più molesti. Li invitava al silenzio fingendo di randellarli sulla testa con la pila, manco fosse un manganello. Ovviamente li sfiorava appena e il frastuono non accennava a diminuire.
Mentre gli amici continuavano a ridere e sghignazzare, far commenti ad alta voce e lasciarsi andare a burle e lazzi continui, io venivo rapito dalle immagini proiettate sul grande schermo. Sprofondavo in una sorta di trance ed ero lì, immerso nel film, in compagnia di Jane e Cita mentre Tarzan se la vedeva con il cattivo di turno.
Poi arrivò il Lab 80…
Prima delle poltroncine di legno, il più delle volte strette e scomode, e dell’esperienza avvolgente del Cinemascope e del Widescreen, c’è stata la TV.
Dopo essere stato terrorizzato da Belfagor, il fantasma del Louvre, subii la fascinazione del male a opera di Sir Daniel, il malvagio che più malvagio non si può della Freccia Nera. Mi entusiasmai per Sandokan, la tigre della Malesia, immedesimandomi nel suo fedele amico, Yanez de Gomera. E come la maggior parte dei miei coetanei mi innamorai della dolce e bella Marianna, la perla di Labuan. Sempre in TV vidi “Incompreso” di Luigi Comencini. Straziante. Credo di non aver mai pianto così tanto.
Poi arrivò il Lab 80, le serate al cineforum e la scoperta dei grandi registi che hanno fatto la storia del cinema. Rassegne a tema e cicli sull’avanguardia. Da Vittorio De Sica ad Akira Kurosawa, passando da François Truffaut e Woody Allen.
Cinema d’autore e capolavori senza tempo che ancora oggi grondano bellezza, ma non per forza solo quelli. Ho amato anche lungometraggi che la maggior parte dei critici definirebbe semplicemente come dei buoni film ma che, invece, hanno saputo conquistarmi.
Come Maria’s Lovers di Andrej Končalovskij, alla sua prima regia in terra americana. Cosa aggiungere alla bellezza infinita di Nastassja Kinski capace di rubarmi il cuore nella parte di Maria Bosic? Un film che potrei vedere a ciclo continuo senza perdere un briciolo dello struggimento che accompagnò, quarant’anni fa, la prima visione di quella che, per me, resta una pellicola di rara intensità emotiva. Uno dei miei film preferiti.
Un omaggio agli occhi profondi della ventitreenne Kinski, scrisse il Morandini. Mentre il Mereghetti, riferendosi anch’egli alla mia adorata Nastassja, concluse che mai era stata diretta così bene nel suo percorso d’attrice.
In lei, il grande cineasta svedese individuò l’interprete ideale per esplorare i meandri sotterranei della mente umana.
Ho sempre cercato le emozioni, semplici e dirette, rimanendo il più delle volte un po’ freddo quando l’intelletto sovrasta il cuore. Forse per questo il mio rapporto con un genio assoluto come Ingmar Bergman è più controverso di altri. Complesso, introspettivo, visivamente seducente. Anche se a volte, per le mie inclinazioni e preferenze, lo trovo fin troppo cerebrale.
Ricordo bene il “Settimo sigillo” proiettato a un corso di cinematografia. Mi piacque moltissimo, mentre “Scene da un matrimonio”, che vidi in TV, mi disorientò un poco. Probabilmente non ero abbastanza maturo per comprendere a pieno la complessità del tema affrontato in quella miniserie realizzata per il piccolo schermo. Sei puntate, per una durata complessiva di oltre quattro ore, ispirate alle esperienze personali del regista, in particolare alla relazione avuta con la sua musa ispiratrice: Liv Ullmann.
E qui vengo al dunque. Non è un caso che io abbia citato Bergman. Perché dall’album dei ricordi ho recuperato una fotografia scattata qualche anno fa, dove il sottoscritto è in compagnia di Liv Ullmann. Sì, proprio lei, splendida e sorridente, seduta al tavolo del mio ristorante.
L’attrice norvegese, anche scrittrice, regista e premio Oscar alla carriera nel 2022, è stata a Bergamo nel marzo 2018 in occasione del Bergamo Film Meeting, dove era l’ospite d’eccezione. In quella circostanza, il festival le dedicò un’approfondita retrospettiva.
Il suo esordio cinematografico avvenne nel 1966 con Ingmar Bergman nel film “Persona”, forse l’opera più sperimentale del regista. In lei, il grande cineasta svedese individuò l’interprete ideale per esplorare i meandri sotterranei della mente umana. Liv mise in gioco tutta se stessa, anima e corpo, dando vita a personaggi indimenticabili, di straordinaria unicità.
Un tenero abbraccio
Quella sera di fine inverno, tra le prenotazioni, notai un tavolo riservato a nome “Film Meeting”, ma non lo collegai alla presenza di Liv Ullmann in città.
La vidi entrare Da Mimmo in compagnia del marito, morbidamente avvolta in un lungo cappotto di cachemire. Le ottanta primavere portate con disinvoltura non avevano intaccato la sua bellezza. In ogni suo gesto si percepiva un’eleganza magnetica, spontanea e naturale. Ricordo la scintilla nei suoi occhi, la sua propensione al sorriso.
La Ullmann notò le pietre antiche incastonate nei muri e volle conoscere la storia del locale. Le raccontai del nostro palazzo costruito nel Trecento, un tempo sede del servizio postale della Serenissima, delle lotte sanguinose tra Guelfi e Ghibellini nella Bergamo medievale, di eroi risorgimentali e oscuri carbonari. Un’amabile chiacchierata, in attesa del caffè, conclusa con un tenero abbraccio reso imperituro da un’immagine a colori per sempre sul mio telefonino.
L’emozione di quell’abbraccio è tuttora sulla mia pelle. O meglio, su quel maglione che conservo in fondo all’armadio come la più preziosa delle reliquie. Non l’ho più indossato, voglio che resti incontaminato. Ogni tanto lo riguardo e lo accarezzo ma, non ho dubbi, non lo metterò mai più.