- Nato in Città Alta
Ermes e L’Unità
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Nata sulla riva sinistra del Po, per via delle frequenti alluvioni appenniniche che fecero slittare gradualmente il letto del fiume verso nord, Suzzara prospera e si espande sulla riva destra del fiume che dal Pian del Re, sul Monviso, dopo un lungo viaggio, si tuffa nell’Adriatico.
Fitta nebbia, argini scivolosi e vita rurale. Un paesaggio padano e fluviale, amato da scrittori come Gianni Celati e Goffredo Parise, intriso di dolce malinconia, la stessa che accarezza il cuore anche a me.
Ermes era nato lì, proprio dove l’Oltrepò mantovano abbraccia la terra emiliana, in una vecchia casa colonica soggiogata a estati calde e asciutte e a inverni rigidi e prodighi di brina.
Non so esattamente come giunse a Bergamo, ma nel nostro borgo medievale arroccato su sette colli, proprio come la città eterna, Ermes divenne in breve tempo una figura unica e riconosciuta da tutti.
A lui – comunista convinto e, come ovvio, iscritto al PCI – la sezione di Città Alta aveva affidato il compito di vendere l’Unità porta a porta, nonché di attaccare il quotidiano di partito nella bacheca di Piazza Vecchia. Un incarico impegnativo nella Bergamo cattolica e conservatrice degli anni Settanta.
Un uomo di confine.
Ogni mattina, con la galaverna o il solleone, Ermes si recava al Circolino, un centro ricreativo e di aggregazione sociale che lui stesso aveva contribuito ad avviare. Beveva il suo caffè lungo rinforzato da due cucchiaini colmi di zucchero e, immancabilmente, andava ad infilarsi in discussioni ideologiche con quanti giocavano a carte. O almeno ci provava. Più concentrati sul sette di ori e l’otto di spade, il mazziere e i suoi compari il più delle volte gli rispondevano a malapena e a monosillabi.
Ermes era un uomo di confine, cresciuto in un lembo di terra tra la Lombardia e l’Emilia Romagna. Era consapevole che alla fine un compromesso si doveva trovare, anche con il tappezziere democristiano o l’impiegato di banca attivo in parrocchia. Che poi tale compromesso fosse storico o di giornata importava poco.
Da stratega della comunicazione pratico e realista qual era, Ermes sapeva che, oltre alla distribuzione dell’Unità, era necessario fare un deciso passo avanti. Vale a dire, organizzare una grande festa di popolo, capace di unire politica e comunità, coinvolgendo soprattutto artigiani e pensionati.
E così fece, con l’aiuto dei compagni di partito. Nacque la Festa dell’Unità di Città Alta, uno spazio di libertà e di cultura popolare alternativo a quello proposto da parrocchie e oratori. Il Peppone che albergava in lui aveva un sogno: vedere tante persone alla Festa quante si recavano a messa la domenica. E, con sua enorme soddisfazione, in più di un’occasione il suo sogno divenne realtà.
Restava sempre il giornale…
Poi arrivò il 1989. Crollò il Muro di Berlino, mentre in piazza Tienanmen montava la protesta degli studenti cinesi, sostenuti da operai e intellettuali. In Italia il PCI cambiò nome e, per Ermes, fu come svegliarsi in una casa a cui avevano spostato le pareti durante la notte.
Non era solo una questione di marketing politico, di loghi e di sigle, era una svolta epocale, uno strappo nel tessuto della sua rassicurante quotidianità. Un qualcosa a cui Ermes non riusciva a dare un nome ma che sentiva pungere crudelmente dietro lo sterno.
Le Feste dell’Unità, che lui aveva costruito pazientemente, mattone su mattone, come si costruisce un ponte tra le persone, per qualche anno non si tennero più. Nessuno ne aveva voglia. Nessuno sapeva bene cosa celebrare.
Ad Ermes restava sempre il giornale. Per lui, l’Unità era qualcosa di sacro. La portava sottobraccio, come in altri tempi un curato di campagna avrebbe portato il suo breviario.
Quelle porte che prima si aprivano regolarmente – per discutere animatamente sulle carenze della nuova finanziaria facendosi venire il mal di stomaco o, solamente, per fare due chiacchiere sulla primavera che non si decideva ad arrivare – cominciarono a rimanere chiuse.
Non per cattiveria, ma per incertezza. Una sorta di pudore collettivo: la gente non sapeva più da che parte stare, quindi, stava dalla parte più facile da scegliere, quella del non esporsi.
Ormai non ha senso, non è più quello di prima.
Quando bussava alla porta, rispondevano raramente. Percepiva l’occhiata dallo spioncino e avvertiva i passi silenziosi di chi non vuole farsi sentire. I pochi che avevano la cortesia di aprire almeno la porta, gli dicevano che quel giornale non lo leggevano più. Che ormai “non aveva senso”, che “non era più quello di prima”.
Era il suo amato quotidiano ad aver perso senso e finalità o era cambiata la lingua del Paese? Rimuginò sul fatto che, forse, anche la sua di lingua non coincideva più con quella degli altri.
Ma Ermes non voleva arrendersi. Andava avanti più per inerzia e fedeltà alla propria storia, piuttosto che per una ferma convinzione. A volte, vagando dubbioso tra le vie di Città Alta, si chiedeva se fosse lui ad essersi spostato o se fosse il mondo a essersi allontanato un metro alla volta, finché, senza rendersene conto, la distanza tra lui e la vita reale era diventata incolmabile.
Mese dopo mese, anno dopo anno, da quel 1989 nulla era rimasto tale. Era chiaro che la sua missione quotidiana non serviva più a costruire qualcosa, serviva unicamente a lui per tenere insieme i fili della sua identità mentre tutto mutava di forma e di sostanza. Ermes, così abile nel trovare motivi di condivisione con qualunque individuo, non riusciva a trovarli con se stesso.
Venne anche il giorno in cui, a malincuore, dovette lasciare Città Alta, come tanti altri in quegli anni. Fu costretto a trasferirsi per andare a vivere in Città Bassa.
Anche lì, lungo il Sentierone o nel brevissimo vicolo Macellerie, Ermes camminava con lo stesso piglio di chi sta ancora facendo il suo giro di consegna, sebbene non ci fosse più nessuno ad attenderlo. Ogni tanto si fermava davanti a un portone, esitava un istante, come se dovesse bussare, poi lasciava cadere la mano chiusa a pugno lungo il fianco e riprendeva il passo.
Col tempo smise anche di portare sottobraccio copie dell’Unità. Per il fatto che l’Unità non c’era più. E allora si teneva stretto quel giornale di Suzzara che non parlava di politica, ma raccontava di casa. Era la sua ultima geografia certa, un modo per restare ancorato a un punto fermo mentre tutto il resto cambiava nome, colore, intenzioni.
Non era un uomo sconfitto, era semplicemente smarrito. Un uomo rimasto solo dopo che la piazza si era svuotata.
Come sale in acqua tiepida.
L’ultima volta in cui lo vidi, Ermes stava attraversando una strada troppo larga e troppo veloce per uno come lui. Lo guardai avanzare con le mani alzate, ostinato come sempre. Non era un segno di resa, era solo un uomo che cercava di fermare gli eventi. Non le automobili o i motocicli, ma l’idea che il mondo potesse andare avanti senza di lui, senza avergli lasciato lasciato un angolo dove stare.
Poi sparì tra la gente, sconosciuto tra gli sconosciuti. Si rese solubile, come sale in acqua tiepida. E da quella volta, non lo vidi più.