- Nato in Città Alta
Una zuccheriera veneziana
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Puoi essere il titolare, lo chef o un semplice cameriere. Non cambia nulla. Se lavori in un ristorante è davvero arduo conciliare la tua professione con altre passioni o interessi.
Oltre al Milan e al pallone, io ho sempre amato il cinema. O, meglio, “andare al cinema”, con la liturgia che implica. Scegliere con cura il film da vedere, mettersi in fila per acquistare il biglietto, sedersi alla giusta distanza davanti a uno schermo di almeno sette metri per quattro, attendere che si spengano le luci e ritrovarsi in una sala, piccola o grande che sia, in compagnia di perfetti sconosciuti. Tutto questo, per me, è ancora oggi una fonte di emozioni senza pari.
La mia “liaison” con il grande schermo si infiammò ai tempi del liceo. Mi ero iscritto al Lab 80, un passaggio obbligato per ogni giovane adepto della settima arte che bazzicava a Bergamo o dintorni.
Sprofondato nelle poltrone non proprio comodissime dell’Auditorium di Piazza della Libertà, venni sedotto da capolavori che hanno avuto il merito di amplificare la mia percezione dell’esistenza e della complessità umana.
Di film che avrei voluto vedere, ahimè, ne ho persi tantissimi. Cominciavo ad essere impegnato con continuità al ristorante di famiglia e sarebbe stato un serio problema dire a papà: “questa sera non ci sono, vado al cinema”.
Ciak, flashback e director’s cut
Per appagare questo mio amore per il cinema, ormai impetuoso e irreprimibile, compiuti i vent’anni iniziai a frequentare il Festival del Cinema di Venezia. Mi accodai a Paolo, mio fratello maggiore, e al Bucci, un amico di famiglia, che da anni seguivano la Manifestazione.
Così, i primi giorni di settembre, per me erano ben più di una vacanza. In quella settimana, toccavo il cielo con un dito, scaraventato in un universo caleidoscopico fatto di ciak, flashback e director’s cut.
Solo in Laguna, e a San Siro, riuscivo a staccare la spina dai mille pensieri che in quegli anni di iniziazione alla vita affollavano la mia mente. Primo tra tutti: essere o non essere un ristoratore?
Un dubbio amletico sul futuro che mi attendeva, sul percorso professionale che ormai avevo intrapreso. Immerso nell’atmosfera incantata ed elettrizzante del Lido, scivolavo in una sorta di oblio dimenticandomi di tutto. A quel clima idilliaco contribuiva l’aria decadente della Laguna, con le sue quinte dal carattere mitteleuropeo. Il maestoso Hotel Excelsior e il più sobrio Hotel Des Bains, dove Luchino Visconti ambientò uno dei suoi ultimi film, “Morte a Venezia”, il lungomare Marconi, le biciclette e i vaporetti: dal 1932, scenografia immutabile della “Mostra internazionale d’arte cinematografica” di Venezia.
Programma alla mano, cercavo di non perdere alcun film, riuscendo ad assistere anche a cinque proiezioni al giorno. Da quell’imperdibile pellicola italiana, grondante impegno e denuncia, ad opere prime nate in Corea del Sud o in Iran. Amori travolgenti e rancori viscerali, thriller capaci di toglierti il respiro e vicende angoscianti in un futuro distopico senza speranza. Un vero e proprio distacco dal mondo reale.
Il bar della vecchina
Ugualmente importanti erano le pause tra un film e l’altro. Anche quelle facevano parte dell’avventura veneziana. Consumavamo pasti veloci, pranzo e cena, ma alla colazione dedicavamo tutto il tempo necessario.
All’angolo di una via laterale, avevamo scovato un piccolo bar, ordinato e tranquillo. Dalla sua inaugurazione, era gestito dalla stessa proprietaria, ormai anziana, che lo aveva aperto negli anni Cinquanta. Per l’irrinunciabile cappuccino accompagnato da un croissant appena sfornato, e immancabilmente alla crema, io e i miei due compari ci trovavamo lì, in quel locale con i tavolini in fòrmica, gli ombrelloni sponsorizzati da una nota marca di gelati e il rumore del macinino del caffè come colonna sonora di ogni colazione.
Era il “bar della vecchina”, come veniva chiamato da tutti, popolazione indigena e noi cinefili.
Sempre cordiale e sorridente, lei era felice di vedere gente nuova, per nulla infastidita dal chiassoso via vai che si intensificava nei giorni del Festival.
Tra gli oggetti di arredo più originali, c’era una singolare zuccheriera celeste che a me sembrava avesse la forma del muso di una tartaruga. Aveva un coperchio trasparente in plexiglas con due piccole aperture. Da lì inserivi un cucchiaino, più lungo di quelli comuni, per pescare lo zucchero che poi veniva rasato dall’anta dello sportellino. Un’autentica meraviglia di ingegno e design, arte applicata al quotidiano.
Cosa te ne fai di quella zuccheriera con gli occhi da tartaruga?
In attesa del mio cappuccino, lì davanti al banco, ogni mattina giocavo con quel cucchiaino, affondandolo nello zucchero e facendolo uscire con la dose giusta. La “vecchina” mi osservava di sottecchi mentre mi dedicavo con sincero trasporto a questo gioco ipnotico. Trattenendo un mezzo sorriso, un giorno mi disse: “Ti piace tanto quella zuccheriera, vero? Sai cosa faccio? Il giorno in cui sarò troppo stanca per continuare a lavorare, te la regalo”.
A me era parso un invito molto gentile a smetterla con quel giochino che io trovavo irresistibile, un’attrazione fatale. Mi sbagliavo. L’anno successivo, giunto a Venezia per il mio appuntamento cinematografico al Lido, andai subito a salutare la “vecchina”, ma il bar era chiuso. La serranda, anch’essa rigorosamente anni Cinquanta, era abbassata. Vi era appiccicato un biglietto con un numero di telefono. Era quello del nipote, fu lui a dirci cha la sua amata zia non c’era più.
Dopo le mie parole di cordoglio, mi chiese se fossi io quel tipo di Bergamo innamorato della zuccheriera. Sua zia gli aveva lasciato il compito di consegnarmela.
Per quella donna anziana che avevo conosciuto solo superficialmente provai un affetto e una gratitudine sconfinati. Presi la zuccheriera con la stessa cura con cui si tiene in braccio un neonato, pensando a dove metterla una volta rientrato alla base.
Quando mia moglie, eternamente in allarme per il numero crescente di oggetti che porto a casa, mi domandò: “Cosa te ne fai di quella zuccheriera con gli occhi da tartaruga?” Le risposi: “Niente, non me ne faccio niente”.
Ho già in mente la prima scena
A volte, ho la sensazione che alcuni oggetti desiderino parlarmi, confidarsi con me. Che intendano rivelarmi qualcosa di intimo e segreto. È il caso di questa zuccheriera, che vorrebbe tanto raccontarmi la vita di questa “vecchina” veneziana, un tempo una donna determinata ad aprire il suo locale e a gestirlo con passione per più di quarant’anni.
Sembra proprio la trama di un film, di quelle che iniziano con un’inquadratura su un piccolo dettaglio, all’apparenza trascurabile, per poi dipanarsi in una storia imprevedibile e avvincente.
Ho già in mente la prima scena. Un lunghissimo piano sequenza all’indietro – un po’ come l’inizio dell’Infernale Quinlan di Orson Welles – che parte dalla zuccheriera per raggiungere l’abitazione della protagonista.
Comunque, dal giorno in cui sono entrato in possesso di questa zuccheriera, il caffè lo bevo amaro. Non so il perché. Mistero.