• Le storie di Mimmo

Vuoi vedere Messina?

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C’erano giorni in cui papà, ormai anziano e rallentato nei suoi movimenti, si lasciava cullare dai ricordi della sua infanzia reggina.

Con un misto di tenerezza e nostalgia, ci raccontava di come gli adulti non perdessero mai l’occasione di chiedere ai bambini: “Vuoi vedere Messina?”. Poi li sollevavano, prendendoli in braccio, per far vedere loro le luci al di là del mare. 

Lo stessa identica domanda, posta con ben altre intenzioni, fa da sfondo in filigrana alle mie estati trascorse in Calabria. 

I cugini più grandi e smaliziati chiedevano spesso a noi piccoli: “Vuoi vedere Messina?”. Se non eri a conoscenza dell’inganno, e distrattamente dicevi di sì, eri in trappola. Dopo averti invitato con un sorriso carico di promesse a dirigere lo sguardo verso la città siciliana, ti sollevavano a tradimento per le orecchie con il pretesto di offrirti una visuale migliore. 

Grazie al cielo, agile come un gatto e più veloce di una lepre, sono sempre riuscito a sottrarmi a questa burla crudele. Un cerimoniale spietato che, a suo modo, faceva parte di un rito iniziatico, il cui intento era avvicinare le due sponde dello Stretto. Un braccio di mare chiuso, scuro e diffidente, dove si abbracciano lo Ionio e il Tirreno. Correnti calde e fredde che si fondono in un’alternanza perenne di calma piatta e improvvisi moti d’impeto. 

Un figlio dello Stretto

Quando ero più giovane, ero tormentato da un pensiero: “Dove voglio andare?”. Ora, che di anni ne ho qualcuno in più, il pensiero ricorrente è un altro: “Da dove vengo?”. 

Le mie origini calabresi pretendono la giusta attenzione, perché è da lì che discendo. Da una terra brulla in inverno e torrida in estate che in ogni stagione guarda il mare.

I miei genitori sono nati entrambi a Reggio Calabria, la città più siciliana della Calabria, ma la mamma di mio padre era di Messina, la città più calabrese della Sicilia. Forse dovrei considerarmi un figlio dello Stretto.

Fin dai primi insediamenti, Reggio e Messina si indagano caute da sponde opposte. In un complesso equilibrio di fratellanza e rivalità, il destino le ha rese molto più vicine dei tre chilometri che le separano. 

Una dimensione geologica, storica e mitologica. Le onde tumultuose dello Stretto sono depositarie di favole e leggende. Come quella di Nicola, “Cola” in messinese, un giovane pescatore chiamato Colapesce per la sua abilità nel destreggiarsi sott’acqua. Scendendo sempre più in profondità, Colapesce vide che la Sicilia posava su tre colonne, una delle quali indebolita da vistose crepe create dal fuoco dell’Etna. Così decise di restare sott’acqua, per sorreggere la colonna ed evitare che l’isola sprofondasse. Si dice che oggi sia ancora lì, a reggere l’isola, e ogni cento anni riemerge per rivedere la sua amata Sicilia.

Tra Scilla e Cariddi

Lo Stretto è un ponte d’acqua dove avvengono fenomeni all’apparenza soprannaturali. Antichi manieri fluttuano nell’aria, vascelli e regge principesche appaiono dal nulla sulle onde. Un fenomeno ottico chiamato Fata Morgana originato da un’inversione termica – aria calda sopra e aria fredda sotto – che piega i raggi di luce creando visioni straordinarie. Un incantesimo, una magia, che per secoli si è creduto fosse opera di Morgana, la fata nemica di re Artù e mago Merlino.

Da Ulisse in poi, la letteratura, a cavallo tra mito e narrazione, ci racconta il rischio di attraversare quel tratto di mare tra Scilla e Cariddi, nel gorgo delle due correnti contrarie che si incontrano, metafora di un conflitto tra realtà avverse ma non nemiche, che si scrutano da una sponda all’altra, prossime e reciproche.

Due città unite anche nella tragedia. Il maremoto del 1908 rase al suolo entrambi i centri abitati ma saldò il legame tra le due popolazioni, che collaborarono fattivamente nella lunga e laboriosa ricostruzione.

Solidarietà, ma pure un profondo antagonismo. La competizione per il controllo commerciale dello Stretto iniziò in epoca greca per proseguire fino al crepuscolo della dominazione borbonica. E non vi dico, poi, quando in un rettangolo verde si ritrovano gli amaranto della Reggina e i giallorossi del Messina. Il colore della nuda terra contrapposto a quelli del sole rovente.

Ormai scendo raramente in Calabria. Eppure, appena spengo il motore della macchina e la suola delle mie scarpe sfiora il terreno, io torno bambino e rivivo momenti indimenticabili della mia infanzia. 

Qualche anno fa, mi hanno accompagnato i miei tre figli. Nelle loro vene scorre il mio stesso sangue. Per loro, è stato un viaggio alla scoperta delle proprie radici.

Visitare i parenti e ritrovare gli affetti dell’infanzia, certo, ma anche gusti unici e antichi. Il gelato di Cesare, servito ancora oggi ai passanti in quel chiosco verde che è lì dal 1918. Ci andavo da bambino e pure i miei figli si sono innamorati della mandorla di Avola e del pistacchio puro di Sicilia. Non posso scendere “giù” e non fermarmi da Cesare.

Il più bel chilometro d'Italia

Amicizie autentiche e sincere, ma anche ingiustizie e sopraffazioni alla luce del sole. Il mio rapporto con Reggio Calabria è controverso, come lo è questa città. Una giravolta inarrestabile di contrasti e controsensi a cui partecipa quotidianamente ogni calabrese. 

Abbandonata a se stessa ma accogliente, scorci deprimenti e viste meravigliose. Come il Lungomare Falcomatà. Più conosciuto come “Via Marina”, il lungomare è un vero capolavoro paesaggistico. Si dice che Gabriele D’Annunzio lo abbia definito “il più bel chilometro d’Italia” per la perfetta integrazione tra architettura e vegetazione. Palazzi in stile Lyberty sorti durante la ricostruzione dei primi del Novecento e un vero e proprio giardino botanico diffuso ricco di palme, magnolie e rare piante esotiche. Sono in molti ad affermare che il Vate non abbia mai pronunciato quel commento, ma poco importa, se la gente ci crede, ci credo anch’io. E, comunque, quel lungomare è davvero bellissimo.

Vagando per la città trovi anche il monumento a Mino Reitano. Un busto in bronzo che riproduce l’artista, in giacca e cravatta, nell’atto di stringere il suo strumento prediletto, il violino. Qualcuno lo trova bello, ma probabilmente necessita di un buon oculista. Io lo trovo orribile, povero Mino.

Senza la siepe, non si coglie l’infinito

Il mondo non lo si conosce osservandolo da lontano, ma immergendosi in esso e lasciandosi plasmare dal paesaggio. Vedo i miei figli, dinanzi a me, con lo sguardo rivolto verso Messina. Cercano di individuare la stele della Madonna della Lettera, la grande colonna con la statua dorata della patrona che, da Reggio, si vede a occhio nudo nelle giornate più limpide.

Lo Stretto non è un mare sconfinato che si perde a vista d’occhio, tanto meno un muro che separa. È un confine che ti mostra l’altrove. Lo sguardo ha un orizzonte, ben definito e visibile, che ti permette di guardare al di là. Senza la siepe, non si coglie l’infinito. Come scrisse il poeta sul monte Tabor.

Quella tra Reggio e Messina è una relazione arcaica, che non ha eguali. Un assetto delicato in perpetuo movimento, senza buoni e cattivi, giusto e sbagliato. Se vuoi conoscere la verità, non devi fare altro che attraversarla nelle sue differenze. La avvisti da lontano, la esamini dubbioso e circospetto, ma la osservi con tutta la tua attenzione. E impari che si può vivere nei contrasti senza pretendere di risolverli.

Un legame viscerale nato da una distanza. Due anime che, scambiandosi sguardi fugaci, con il tempo si innamorano. Lo spazio che le divide diviene una forma di rispetto, un luogo del desiderio senza brama di possesso. 

Io provengo proprio da lì, da quella distanza così impregnata di passione e sentimento. Io che, ancora oggi, continuo a voler vedere Messina.