- Le storie di Mimmo
La lezione di Fosbury
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Nel primo cassetto della scrivania in mogano che ho in camera, c’è una busta, ormai un poco ingiallita, in cui conservo le fotografie a me più care.
Scatti in bianco e nero che risalgono agli anni Sessanta ma anche istantanee a colori di pochi anni fa, le ultime fatte col telefonino. Matrimoni, cresime e comunioni. Le scuole elementari, le medie e il liceo. Poi, le vacanze con gli amici e i primi calci al pallone. Di tutto e di più, con un denominatore comune: l’affetto e il calore che mi inondano ogni volta che ne guardo una, magari presa a caso.
Una delle fotografie a cui tengo di più è quella con Dick Fosbury, scattata qui al ristorante nell’agosto del 2012. Sì, proprio lui, l’atleta americano che, alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, cambiò per sempre il salto in alto.
Me lo presentò Gianfranco Baraldi, in quegli anni assessore allo sport del Comune di Bergamo. Mezzofondista di ottimo livello, Baraldi fu nove volte campione italiano e prese parte a due olimpiadi, quella di Melbourne del 1956 e quella di Roma nel 1960. I problemi a un ginocchio, diventati cronici, lo costrinsero al ritiro a soli 26 anni.
Emozionatissimo, scambiai con Fosbury poche parole, sufficienti a farmi percepire un uomo gioviale, incline al sorriso. Era di quegli americani che sembrano europei. Per un capriccio del destino nato dall’altra parte del mondo, nel suo caso a Portland, nell’Oregon.
È a lui – Richard Douglas Fosbury, per tutti “Dick” – che si deve l’introduzione della tecnica, utilizzata ancora oggi da tutti i saltatori, con la quale si scavalca l’asticella rovesciando il corpo all’indietro e cadendo sulla schiena. Un’innovazione che, per togliere alcun dubbio alla sua paternità, prese immediatamente il nome di “Fosbury Flop”.
Il pensiero laterale
Un colpo di genio? Una magica intuizione? Il “Fosbury Flop” era molto di più: un esempio perfetto di pensiero laterale. Un metodo che affronta qualunque difficoltà analizzandola da prospettive insolite, non ingabbiate nella logica comune.
La tecnica messa a punto dal campione americano, che prevedeva anche un’inedita rincorsa curvilinea, fu il risultato di un approfondito lavoro di ricerca e di studi di biomeccanica applicata svolti dall’atleta alla Oregon State University.
Questo suo approccio non convenzionale, fondato su basi scientifiche, mi ha affascinato sin da ragazzo. Conoscerlo è stata un’emozione straordinaria.
In quella gara che lo consegnò alla leggenda, Fosbury indossò due scarpe di colore differente. Molti pensarono a una scelta di marketing, ma non era affatto così. La scarpa destra gli forniva una spinta verso l’alto superiore rispetto alla scarpa destra che faceva il paio con la sinistra.
Stiamo parlando di salto in alto, ma questa visione è vincente in mille situazioni della vita e applicabile in qualsiasi campo.
Il cacao cominciava a scarseggiare. E allora che si fa?
Anche la Nutella, a pensarci bene, è nata dal pensiero laterale. All’inizio dell’Ottocento i paesi europei erano perennemente in guerra tra loro, con blocchi navali, sanzioni ed embarghi. I soldati combattevano per terra e per mare ma nelle pasticcerie non c’era mai un tavolo vuoto. Come in quei locali di Torino dove si gustava voluttuosamente cioccolata calda e fumante. Il cacao però cominciava a scarseggiare e allora che si fa?
Il Piemonte abbondava di nocciole, in particolare la Tonda Gentile dal gusto dolce e delicato. Erano così tante che si davano da mangiare agli animali, i quali, peraltro, sembravano gradire. Di cacao, invece, ce n’era sempre di meno, mentre lo zucchero se lo prendevano tutto quei prepotenti dei sudditi di Napoleone. A qualcuno, non si sa come, venne in mente di aggiungere al cacao delle nocciole tritate molto finemente.
Ed ecco nascere la crema gianduia che, un bel giorno, si ritroverà in un vasetto di vetro e tutti la chiameranno Nutella. Diventando addirittura un rimedio per l’ansia, un vero e proprio rifugio terapeutico, come per Michele Apicella, il nevrotico professore di matematica interpretato da Nanni Moretti, nel suo film “Bianca”. Un cult assoluto, almeno per me.
Le guerre si vincono mangiando
La difficoltà aguzza l’ingegno, è indubbio, ma ci deve essere qualcuno in grado risolvere il problema, magari studiandolo da un’angolazione mai considerata prima, che propone qualcosa a cui nessuno aveva pensato prima. Come è stato per la Nutella. È il pensiero laterale, di cui posso riportare un altro esempio eclatante: la razione K.
Armi sempre più sofisticate, tattiche e strategie in continua e inarrestabile evoluzione, ma le guerre si vincono mangiando. Lo capirono per primi gli americani negli anni Quaranta, durante la Seconda Guerra Mondiale, con un espediente che rese più efficienti le loro operazioni militari in territorio nemico.
L’illuminazione venne al fisiologo americano Ancel Keyes, lo stesso che divenne famoso per i suoi studi sulla dieta mediterranea che, nel 2010, è stata dichiarata Patrimonio Culturale dell’Umanità dall’Unesco. Un pasto militare giornaliero ideato per affrontare combattimenti brevi, ma estremamente dispendiosi, in cui i soldati necessitavano di un’alimentazione completa, leggera e facile da trasportare, in grado di conservarsi integra per molto tempo. Ed ecco nascere la razione K.
Non è un caso che io abbia scelto la Nutella e la razione K come esempi perfetti di pensiero laterale, in cui ho rivisto le intuizioni e lo slancio creativo di Dick Fosbury. Siamo nel mondo del cibo e dell’alimentazione. Un settore che conosco bene. Il mio.
La ristorazione sta mutando pelle rapidamente, bisogna adeguarsi e trovare nuove soluzioni in tempi brevi. Problemi complessi da fronteggiare con modalità alternative: sono certo che “l’uomo di Portland” mi sarà di ispirazione.
A mezz’aria, con la testa all’ingiù
Pensando a Dick Fosbury e alla sua incredibile innovazione nel salto in alto, la mente va anche a Julio Velasco. Il grande allenatore argentino di pallavolo ci ha insegnato che il miglioramento non è mai progressivo ma è sempre un salto.
Velasco spiega che il miglioramento continuo e lineare non esiste. Non è vero che ogni giorno si migliora un po’. Durante il percorso, sembra spesso di non migliorare affatto, nonostante ci si alleni con costanza. È l’insistenza a essere fondamentale: è il “gradino” su cui si appoggia il piede prima del salto. A un certo punto, quel lavoro accumulato produce un salto di qualità: il colpo riesce, il movimento diventa fluido, si sale di categoria.
Dopo quel balzo mai visto che cambiò per sempre il salto in alto, Dick decise di concludere la sua carriera agonistica per completare gli studi in ingegneria civile. Si ritirò nel 1972 ma rimase comunque nel mondo dello sport, diventando membro del consiglio esecutivo della World Olympians Association.
Al di là dell’ambito agonistico, Fosbury divenne un esempio per chiunque sentiva l’impulso di ragionare in mondo anticonvenzionale e al di fuori degli schemi imposti dal pensiero dominante. È questa l’eredità che ci ha lasciato quel ragazzone americano che, per la prima volta, vedemmo volare a mezz’aria con la testa all’ingiù.
Averlo conosciuto è uno dei miei ricordi più belli. Un incontro speciale con una persona speciale, un dialogo di pochi minuti denso di grandi emozioni. E ogni volta che riguardo quella foto il mio cuore fa un salto. In alto.