• Le storie di Mimmo

La mia prima pizza

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L’erba del prato cominciava ad essere troppo alta, presto avrebbe soffocato le rose e la lavanda. Così quel giorno mi decisi a tagliarla. 

Nonostante l’afa insopportabile e il sole in modalità fabbro ferraio, ero ben oltre la metà dell’opera quando, lungo la strada che fiancheggia il giardino, con la coda dell’occhio avvertii l’incedere lento di un trattore. L’allegro scoppiettare del motore richiamò la mia attenzione, obbligandomi a osservarlo meglio. 

Lo guidava un uomo anziano con un vistoso cappello e una camicia a quadri bianchi e blu. Mentre i nostri sguardi si incrociarono, costui accennò un saluto con la mano e accostò il trattore sul ciglio della strada. Spense il motore e si avvicinò con passo sicuro al cancello. Voleva dirmi qualcosa, era evidente, e gli andai incontro.

Nonostante l’ampio copricapo che gli nascondeva gran parte del viso, colsi la sua espressione severa mentre, in dialetto bergamasco, mi domandò: “Te se mia ol Mimmo té?”. 

Gli risposi che ero il figlio, uno dei suoi figli a essere precisi. Mi fissò negli occhi e dopo una breve pausa sentenziò solenne: “La mé prima pissa, dal Mimmo, l’è stacia la mé promèsa de matrimonio.” 

Io, che temevo una qualche critica all’operato di papà, mi rilassai, allargai un sorriso e gli risposi che in fondo se l’era cavata con poco. Lui, con un’espressione beffarda sul viso, replicò a mezza voce: “L’è stàcia l’önica ólta che la ma dit de sé.” L’unica volta in cui lei gli ha detto di sì.

Trattenni una risata mentre lui, tornato serio e impassibile, mi salutò con un impercettibile movimento del capo. Riaccese il motore del trattore e se ne andò, lasciandomi con più di un pensiero. 

Un’imprevedibile e affascinante avventura.

La prima pizza, il primo fritto di pesce, il primo appuntamento. Da Mimmo, questa faccenda delle prime volte l’ho sentita spesso. Sin da quando, da ragazzo, mi davo da fare tra i tavoli del ristorante per dare una mano. Eppure, mai mi aveva colpito così tanto. 

Riflettei sul fatto che un episodio marginale come questo descriveva, in modo semplice e chiaro, il cambiamento profondo avvenuto negli ultimi decenni nella società italiana. 

Nei primi anni Settanta, quando le famiglie cominciavano a potersi permette qualche ora di svago, la domenica, nel nostro locale non vi era un solo tavolo libero. Ero un bambino, ma me lo ricordo benissimo. Alcuni clienti, stupefatti, assaggiavano per la prima volta un fritto di pesce o la parmigiana di melanzane che mia madre preparava ogni fine settimana. Pietanze e sapori ora conosciuti e accessibili a tutti che, fino a quell’epoca, erano ritenuti poco più che esotici, lontanissimi dalla confortante polenta e coniglio preparata dalla mamma o dalla nonna.

La storia del cibo è un’imprevedibile e affascinante avventura fatta di intuizioni e migrazioni. Esseri umani e materie prime pronti a percorrere chilometri e chilometri, nello stesso Paese o per raggiungere l’altra parte del mondo. 

Furono proprio i primi emigrati a Bergamo, provenienti dalla Sicilia e dalla Calabria, dalla Puglia e dalla Basilicata, a diventare i nostri clienti più affezionati. Forse perché il gusto te lo porti appresso, la memoria dei piatti dei luoghi delle tue origini ti accompagna nella terra in cui ti sei fatto adottare. 

Ancora oggi, mi succede di sentire la frase: “Il primo giorno che sono arrivato a Bergamo sono venuto qui Da Mimmo.” Il nostro è sempre stato un ristorante di famiglia. Probabilmente il modo migliore per iniziare a conoscere una nuova città.

Altri mi dicono: “Qui abbiamo festeggiato la prima comunione di mia figlia”. Altri ancora si emozionano nel confidarmi di essere stati Da Mimmo per il primo appuntamento, ricordandosi esattamente il tavolo a cui erano seduti. 

Da Mimmo, almeno una volta, ci siamo stati tutti.”

Anni fa, invece, è successo che una signora di Città Alta mi fermò per strada pregandomi di dare un occhio a sua figlia che sarebbe venuta da noi per il primo appuntamento con un ragazzo che, sempre in giro per il mondo perché pilota di nota compagnia aerea italiana, non le sembrava molto affidabile. 

Tanti di quei primi appuntamenti si sono poi tramutati in relazioni durature. Ed è bellissimo rivedere queste persone negli anni, magari con i figli, sempre più grandi, fino a diventare nonni. 

Ogni ristoratore coltiva il desiderio che ogni prima volta diventi un’abitudine. Quando ciò accade si creano legami autentici, intrecciati di confidenza e affetto reciproco. 

Pochi giorni fa, mi trovavo al cimitero davanti alla tomba di mio padre e di mia madre. Una signora non più giovanissima si è affiancata a me. Aveva riconosciuto la foto di mio padre e mia madre e mi ha detto: “Da Mimmo, almeno una volta, ci siamo stati tutti.” 

Mi sono commosso, è naturale, non tanto perché la signora si ricordava dei miei genitori, ma per quel “tutti”. Perché il desiderio di mio padre era esattamente quello: essere aperto a tutti. 

Era inverno e fuori si gelava.

Sarà stata la vita frenetica a cui non riesco a sottrarmi o il disordine negli orari quando mi metto a tavola, sta di fatto che qualche anno fa soffrii di continui e fastidiosi dolori allo stomaco. Ed ora eccomi lì, in sala d’attesa, per sottopormi a una poco simpatica gastroscopia.

Giunse il mio turno e mi sedetti davanti alla dottoressa che esaminò con estrema attenzione le scartoffie che mi ero portato da casa, vecchi esami e analisi del sangue. Spostò lo sguardo su di me fissandomi per un attimo e mi chiese: “Ma lei è il figlio di Mimmo?”.

E lì cominciò la sua narrazione. Mi raccontò di quando frequentava il Sarpi, era inverno e fuori si gelava. Il cappotto, anche se pesante, non teneva molto caldo, non era ancora il tempo dei capi tecnici e i piumini d’oca. In quella situazione non le rimanevano che due scelte. Recarsi in chiesa per starsene un po’ riparata dal freddo oppure andare da Mimmo e, per scaldarsi, mangiare un trancio di pizza ancora fumante. Il più delle volte decideva per la seconda opzione.

Per lei, di origine campana, non si trattava certo della prima pizza, ma quell’impasto di acqua e farina lievitato lungamente, condito con il pomodoro che si scioglie in salsa e la mozzarella filante, era un ricordo indelebile. Di quelli che ti regalano una carezza amorevole ogni volta che ti tornano in mente.

Pizza. In tutte le lingue del mondo.

Per restare nell’ambito dei ricordi, quelli più dolci e amabili, una delle immagini che più frequentemente si intrufola nei miei pensieri è proprio quella di un uomo anziano che scende faticosamente dal trattore per raccontarmi della sua proposta di matrimonio e della sua prima pizza.

Che poi, dalle nostre parti, c’è chi la chiama “pissa”, proprio come fece quel contadino. A pensarci bene, è qualcosa di straordinario, perché la pizza si chiama sempre e solo “pizza” in tutte le lingue del mondo. Tranne che in bergamasco, quello verace e autentico, dove la “z” non esiste o comunque se ne può fare tranquillamente anche a meno.