- Le storie di Mimmo
La prima birra bevuta insieme
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Di quella sera d’inizio agosto ricordo ogni minimo dettaglio. Era il 2017 e mio padre stava già male da un anno.
Alle ore 20 e 45, scendeva in campo il Milan per una partita di qualificazione all’Europa League. Nel campionato precedente, capitan Montolivo e i suoi sodali non erano riusciti a qualificarsi direttamente alla seconda competizione europea per club. Di conseguenza, per accedere al tabellone principale, era necessario superare due turni preliminari.
Una partita qualunque contro una squadra qualunque: i rumeni del Clubul Sportiv Universitatea Craiova. Uno di quegli incontri che interessano solo ai sostenitori più appassionati. Come il sottoscritto e mio padre. Perché io e papà avevamo due passioni in comune: il Milan e Totò. Per il resto eravamo molto diversi. O meglio, talmente simili da volersi distinguere uno dall’altro.
Per il Diavolo erano tempi bui. Pochi campioni e molte incertezze, a cominciare dal presidente, il cinese Li Yonghong. Era il Milan dell’immediato “dopo Berlusconi”, che a me sembrava tanto quello del “prima di Berlusconi”, spesso e volentieri sull’orlo dell’abisso.
Presi posizione sul divano del salotto a fianco di mio padre. E già questa era una novità, perché di solito dovevamo stare lontani. Il suo temperamento lo portava a un tifo senza fronzoli, passionale e sanguigno, mentre io tentavo inutilmente di coinvolgerlo in valutazioni tecniche e analisi tattiche.
Il mio spiegare ogni scelta dell’allenatore e i movimenti dei giocatori in campo lo infastidiva. Per me, invece, era essenziale nella visione di una partita, non riuscivo proprio a rinunciarci. Quella sera, però, le sue forze ormai esigue gli impedirono di opporsi alle mie filippiche, e finì per subire pazientemente le mie lezioni di tattica calcistica, manco fossimo stati in un’aula del Centro Tecnico Federale di Coverciano.
Sai che non ho mai assaggiato una birra in vita mia?
All’inizio del secondo tempo, con il Milan in vantaggio per 1 a 0, papà si girò lentamente verso di me e, con un filo di voce, mi disse: “Sai che non ho mai assaggiato una birra in vita mia?”.
Rimasi a bocca aperta. Mio padre aveva sempre sostenuto che la birra fosse una bevanda per tedeschi dalla pancia grossa, nulla a che vedere con un buon bicchiere di vino. “Papà, ma da quando bevi birra?”. “Da oggi”, mi rispose serafico.
Mio padre è sempre stato un uomo curioso, attratto dalle novità, soprattutto a tavola. Non gli interessavano tanto le cose buone ma tutto ciò che non aveva mai provato. Tranne la birra, fino a quel momento. Potevo io, ora, negargli la gioia di una “Blonde Ale”, fresca e dissetante, per alleviare la calura opprimente di quella sera d’estate?
Due amici e una birra da condividere
Come tutti i padri di un tempo, era attento a non dare cattivi esempi ai propri figli. Aveva fumato per tutta la vita – nelle tasche della sua giacca vi era sempre un pacchetto di Muratti – eppure ci implorava di non iniziare mai. Era più che accorto a evitare parolacce, tanto che l’unica volta che gliene sentii pronunciare una fu sulla Salerno-Reggio Calabria, quando un camion con rimorchio ci tagliò pericolosamente la strada.
Anche la birra, per lui, era qualcosa da evitare. Sapeva troppo di germanico e portava a pessime abitudini. Oltre che a far espandere l’addome.
Questa, però, era un’altra faccenda. Fu così che il figlio apprensivo, intento a preservare in ogni modo la salute del padre, decise di esaudire quel desiderio tanto improvviso quanto inaspettato. Una birra da bere insieme. Perché voglio pensare che volesse condividere con me quel momento di intimità.
Scesi al bar del ristorante e tornai da lui con un boccale di birra, bionda, leggera, fredda al punto giusto. In quel momento pensai che fossimo, finalmente e per la prima volta, sullo stesso piano. Due amici e una birra da condividere.
Mio padre, che non mi chiedeva mai nulla della mia vita, né con chi uscivo, né come andassi a scuola, né se avessi qualche problema o gioia particolare, mi stava dicendo che potevamo bere una birra insieme, noi due.
Quando giunsi in salotto, il Milan aveva appena raddoppiato con un colpo di testa di Patrick Cutrone, il suo primo gol in maglia rossonera. Osservai le mani di papà, non più salde, faticare nel portare il bicchiere alle labbra. Fece un sorso, poi un altro, poi mi disse: “Finiscila tu, non mi piace, avevo ragione a non bere birra. Del resto, io i tedeschi non li ho mai capiti”.
Finita la partita ci salutammo. Il boccale di birra era vuoto, la squadra aveva assolto ai propri obblighi, senza infamia e senza lode, e noi potevamo andare a dormire di “quel sonno bello di quando vince il Milan”, come diceva Enzo Jannacci.
Un libro sul comodino
Quella notte, però, Morfeo non voleva accogliermi tra le sue braccia. Continuavo a rigirarmi nel letto con l’illusione, prima o poi, di addormentarmi. Nel guardare la sveglia per controllare che ora fosse, vidi sul comodino un libro, scritto da mio padre, che narrava della sua gioventù. La guerra e la fame, i sogni e l’amore.
Osservai quel volumetto di sessanta pagine come se non l’avessi mai visto, ma era lì da non so quanto tempo. Lo avevo sempre ignorato, nella presunzione di conoscere già tutto di papà. Anche perché di lui mi parlavano di continuo, e mi parlano ancora oggi, i suoi amici e i vecchi clienti del ristorante.
Presi in mano quel libro e lo lessi avidamente dalla prima pagina all’ultima. Compresi, capitolo dopo capitolo, di non sapere nulla delle sue paure, delle sue fatiche, delle sue speranze. Avevo dato tutto per scontato, come si fa con una qualsiasi birra bionda servita fresca d’estate.
Terminata l’ultima pagina, fui colto dall’impulso irreprimibile di scrivergli una lettera. Un flusso inarrestabile di parole che potesse colmare tutti i vuoti tra noi. Con la certezza che non gliela avrei mai fatta leggere.
Volevo raccontagli di quella domenica, l’unica, in cui, attraversando un paese vicino a Bergamo, si ricordò che stavo disputando un incontro con la mia squadra proprio lì. Cercò il campo di calcio e si fermò a guardare la partita. Era la prima volta e la cosa mi emozionò a tal punto che feci un fallo orribile, insensato, io che le prendevo sempre. L’arbitro estrasse senza esitazioni il cartellino rosso e me lo sventolò in faccia, mentre papà se ne andò vergognandosi del mio comportamento.
Ma anche di quella volta in cui mi mise inutilmente in imbarazzo. Stavo parlando in pubblico e lui comparve dal fondo della sala gridando: “Parla più forte, che la gente non sente”.
Terminai di scrivere quella lettera a notte fonda. Mi ero tolto un peso dal cuore e riuscii ad addormentarmi. Ce l’avevo fatta, alla fine, a parlare con lui. Di me, di noi.
Sprofondai in un sonno talmente pesante che non sentii squillare il telefono. Dopo vari rivoltamenti tra le lenzuola risposi all’ennesima chiamata. Era mio fratello. Mi disse semplicemente: “Vieni qui”. Non aveva bisogno di aggiungere altro.
Il vento non muore mai di sete
Mentre mi vestivo avvertii un dolore che non avevo mai provato. Cercavo di rimuoverlo e allontanarlo da me, come fosse un oggetto da spostare fisicamente da una stanza all’altra, senza riuscire a posarlo da nessuna parte. Senza misurarlo.
Mi sentivo scoppiare la testa, eppure, i miei sensi erano ricettivi come non mi era mai accaduto. Udivo distintamente i latrati ossessivi di un cane e i rintocchi sordi di una campana, temevo che la luce bianca della luna riuscisse ad attraversare i muri. Sul mio stomaco gravava un peso inconfondibile. Quello che giunge, senza preavviso, prima di partire per un viaggio, con la sensazione di abbandonare qualcuno o qualcosa. Poi, la trafila di parenti, amici e conoscenti, da salutare, da abbracciare, da consolare.
Desideravo stare solo con me stesso e feci quattro passi sui colli. Il sole era sorto da poco ma già l’aria prometteva una giornata calda e umida. Ascoltavo il vento dialogare con le case. Il suo soffio invisibile faceva scricchiolare le tegole malmesse di una cascina abbandonata simulando un canto, una preghiera, un mesto e implorante perdono.
Il vento, dice un mio amico, non muore mai di sete. Se c’è vento, prima o poi, arriverà anche la pioggia. Per la saggezza popolare le difficoltà e i problemi non arrivano mai da soli. Io, invece, preferisco pensare al vento che spazza le nuvole e rende il cielo terso e azzurro.
Comunque, avevo il cuore in pace. Anch’io, come il vento, non sarei morto di sete. Quella birra, la prima, l’ultima con mio padre, l’avevo bevuta.