- Nato in Città Alta
Il più bel weekend della mia vita
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Per molti pensatori illuminati e altrettanti studiosi illustri, l’amicizia è una necessità biologica. Per me è uno dei viaggi più entusiasmanti della vita.
Che siano stati legami duraturi o passeggeri, senza interruzioni o a corrente alternata, con gli amici ho condiviso gioie, dolori e indimenticabili “tranche de vie”.
A volte li scegli, altre volte ti scelgono loro. Altre volte ancora capitano per caso nella tua vita e ci restano per sempre.
Uno di questi compagni di viaggio è Pietro. Nato un paio d’anni prima di me, guarda caso proprio il mio stesso giorno, mi è stato presentato, ai tempi del liceo, da un amico d’infanzia passato a salutarmi al ristorante poco prima della chiusura serale.
Iniziò così una frequentazione saltuaria, dai toni leggeri, mai banali, che ci portò un bel giorno a condividere un fine settimana, al Lido di Venezia, per seguire il Festival del Cinema. Lui con moglie e figlia al seguito, io con altri amici sedotti, come me, dal fascino irresistibile della settima arte.
Poker, basket e Atalanta
Pietro aveva tre grandi passioni: le carte, il basket e l’Atalanta. Il cinema non era esattamente in cima alle sue preferenze, ma a Venezia non ci era venuto per caso. Quell’anno, al Festival, erano in programma due film che non voleva assolutamente perdere.
Il primo era “Rounders”, ambientato nel mondo del poker. Quando uscì nelle sale, il film suscitò tiepidi entusiasmi sia nel pubblico sia nella critica ma, con il passare del tempo, si trasformò in una pellicola di culto per chi sogna, almeno una volta nella vita, di mettere sul tavolo, con studiata lentezza, una scala reale.
Avremmo visto anche “He got game” di Spike Lee, con un giovane ed esuberante Denzel Washington e le splendide Rosario Dawson e Milla Jovovich. Un film sul basket che vide la partecipazione di molte star dell’NBA, tra cui mostri sacri come Michael Jordan e Shaquille O’Neal.
La domenica, poi, era prevista la prima giornata di campionato e l’Atalanta sarebbe scesa in campo a Cesena. Nemmeno troppo lontano per uno come lui abituato a viaggiare per lavoro.
Per l’esordio della sua squadra del cuore, Pietro aveva già in tasca il biglietto all’insaputa della moglie, la quale, una volta scoperto l’ingenuo sotterfugio, andò su tutte le furie.
L’ira funesta della consorte si mostrò difficile da arginare e Pietro, non trovando il modo per sfilarsi da quella situazione, pensò bene di uscire precipitosamente dal suo albergo e di chiamarmi, chiedendomi di raggiungerlo. Nell’attesa che si placasse la tempesta, ci trovammo a fare due passi.
Dove un tempo si accampavano i crociati
Il Lido è un’isola lunga e sottile, una lingua di terra sospesa tra due acque – da una parte la laguna, dall’altra l’Adriatico – e non assomiglia per niente a Venezia. Le strade sono larghe, animate da un continuo via vai di biciclette. Mentre, da qualche parte, arriva sempre una ventata improvvisa di aria di mare.
Fino alla metà dell’Ottocento, oltre alla sua funzione di principale sistema difensivo della Serenissima, il Lido era una distesa di orti. Un tempo, lì si accampavano i crociati prima di partire per la Terra Santa. Oggi, invece, è una sorta di museo a cielo aperto che si estende tra canali e giardini, dove convivono quiete e mondanità, a riprova delle sue diverse anime.
Camminando fianco a fianco, commentavamo le scene più coinvolgenti dei film appena visti. Pietro aveva imparato a memoria la frase iniziale di “Rounders”: “Quando giochi a poker, se entro venti minuti non hai capito chi è il più scarso, il più scarso sei tu”.
Di punto in bianco, Pietro si fermò e sorridendo mi disse: “Poker, basket e Atalanta. Il più bel weekend della mia vita.”
Per un intero fine settimana, il mondo era stato programmato sui suoi interessi. Un pensiero, questo, che gli offrì l’occasione di tirare con disinvoltura una spessa linea sull’arrabbiatura della moglie, facendola sparire.
Ho sempre associato Pietro ad alcuni attori della commedia italiana, quella insuperata degli anni Sessanta, che riusciva a rappresentare, con eguale intensità, farse e tragedie. Penso ad Alberto Sordi o più ancora a Vittorio Gassman, che hanno tratteggiato personaggi straordinari, irresponsabili e pieni di vita, dediti principalmente ad appagare i loro piaceri, semplici e basilari, capaci di battute memorabili, rendendoli improvvisamente umani e vulnerabili.
Per fortuna io sono un superficiale.
Pietro guardava sempre davanti a sé quando parlava, non amava incrociare lo sguardo del suo interlocutore, per abitudine o per pudore. Continuammo a passeggiare lungo il Gran Viale Santa Maria Elisabetta, quando il discorso deviò su suo fratello, anche lui mio amico.
Pietro commentò quanto fosse profondamente differente da lui. Matteo era molto più serio, un uomo di lettere e di filosofia, uno che pensava molto alle cose, forse troppo.
Ricordò come il fratello avesse patito, da ragazzo, la rara presenza del padre, spesso assente per lunghe trasferte lavorative. Concluse la sua disamina pronunciando una frase che mi rimase impressa: “Lo so che Matteo ha sofferto molto per queste cose. Per fortuna io sono un superficiale.”
Lo affermò con convinzione. Disse proprio “per fortuna” e non “purtroppo”. Ammettendo lucidamente i propri limiti e, addirittura, di esserne compiaciuto.
Pensai per un attimo ad Andy Wohrol. Anche lui disse di sé “Sono una persona profondamente superficiale”. Lo disse per celebrare la “superficie”, il consumo e l’apparenza come essenza della cultura moderna. Ma qui era diverso. Pietro era grato alla sua superficialità, perché lo metteva al riparo dai turbamenti e i dispiaceri che avevano ferito suo fratello.
Come una pallina da ping-pong
Restammo in silenzio per un momento, ognuno immerso nei propri pensieri, poi lui iniziò un’indagine approfondita delle insidie che attendevano l’Atalanta, il giorno dopo, a Cesena. Erano gli anni di Nicola Caccia a guidare l’attacco e del primo Doni, dei gemelli Zenoni e dell’impareggiabile Massimo Carrera al centro della difesa.
Fiducia ed eccitazione trasudavano da ogni poro della pelle di Pietro, amico a me caro al di là del suo cuore atalantino. Faccenda non così scontata, per uno come me, che ha sempre guardato con una punta di diffidenza quanti non condividessero la mia stessa fede: quella nel diavolo. In casacca rossonera, ovviamente.
Per nulla turbato dai dubbi di Pietro sulla qualità della rosa nerazzurra, a suo parere incompleta in più di un reparto, considerai un semplice dato oggettivo. Come lui era diverso da suo fratello, io ero diverso da lui. Nessuno era migliore o peggiore. Eravamo semplicemente diversi l’uno dall’altro. E basta.
Ci sedemmo un attimo su una panchina facendoci accarezzare dalla brezza salmastra della sera, quando squillò il suo cellulare. La moglie, un po’ più tranquilla, gli intimava di tornare in albergo. Rientrammo a passo svelto e ci salutammo velocemente prendendo accordi per il giorno dopo.
Ogni tanto Pietro lo vedo ancora. È più o meno lo stesso di allora. Parla ancora con entusiasmo di poker, basket e Atalanta, ed è ancora sposato con la stessa donna, mentre molti dei miei amici sono al secondo se non al terzo matrimonio.
Ripenso ancora alla sua frase sulla superficialità. Non so se avesse ragione ma, dopo tanti anni, credo che la sua innata leggerezza gli abbia fatto bene.
Lo immagino come una pallina da ping-pong che nell’acqua non affonda mai. La spingi giù e torna su, sempre e comunque. È il suo modo di stare al mondo: tuffarsi in profondità per un istante e tornare subito a galla. Senza investigare più di tanto. Senza troppi pensieri. Senza perdersi.