- Nato in Città Alta
L’uomo dei volantini
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Te ne accorgi subito. Città Alta ha una perimetro entro il quale ogni abitante o forestiero viene accolto senza pregiudizi. Un territorio neutrale in cui sentirsi accettati e al riparo, dove ognuno può essere quello che è.
Chissà, forse è la presenza dei baluardi e delle cannoniere che presidiano le Mura, costruite al tempo della Serenissima per proteggere e difendere la città. O forse, più probabilmente, è la consuetudine alla convivenza in spazi stretti e limitati, maturata nel corso dei secoli, unita alla commistione di culture differenti che, nella Bergamo adagiata sui colli, hanno saputo parlarsi e integrarsi.
Io lo so bene. Sono nato e cresciuto qui. La mia casa è la Corsarola. In Città Alta, ci ho vissuto fino a pochi anni fa e, ancora oggi, ci lavoro sette giorni su sette.
È dalla fine degli anni Settanta che mi muovo veloce tra i tavoli facendo accomodare i clienti e raccogliendo le ordinazioni, suggerendo una parmigiana di melanzane o una polenta con i funghi porcini, consigliando un vino locale o una birra artigianale. Da mattina a sera dispenso abbracci, saluti e un’infinità di sorrisi.
Gran parte della mia giornata trascorre in chiacchiere di superficie e conversazioni profonde, ripartendo equamente il tutto fra turisti e avventori occasionali, amici cari e perfetti sconosciuti.
Così facendo, conosco tanta gente senza conoscerla. Legami momentanei che durano giusto il tempo di una frase o di uno sguardo.
Regalare un po’ di felicità
In un mondo fragile e altrettanto mutevole come quello in cui ci affanniamo senza sosta, tutti noi siamo alla ricerca di certezze e punti di riferimento. E un ristorante di famiglia, a suo modo, lo è. Un luogo dove si va per mangiare e in cui è bello sentirsi a casa, ma che è qualcosa di più, molto di più.
Per me, è guardarsi negli occhi e capirsi. Intuire un’esigenza o anticipare un bisogno senza farlo pesare. Rassicurare con un sorriso. Stemperare ogni piccola ansia o tensione. Regalare un po’ di felicità.
Mi sa che ho preso da mio padre, perché le volte in cui sono stato più felice è quando ho visto la gente affrontare la vita con fiducia. L’esistenza di ogni singolo individuo – con la sua storia, le sue gioie e le sue fatiche – meriterebbe un romanzo. Anche quella apparentemente più anonima e banale.
Oggi, con l’avanzare dell’età, mi rendo conto che osservare l’umanità e la vita che scorre dà più senso alle mie giornate. Tanto che, nei rari momenti in cui tutto si quieta e rallenta, mi affascina seguire il via vai dei passanti al di là della vetrina del ristorante.
L’uomo avrà quarant’anni e i capelli da ragazzo, in mezzo al cortile tiene l’anima per sé
C’è un uomo, avrà più o meno la mia età che, ogni giorno, percorre più di una volta via Colleoni. Ha sempre con sé un ampio sacchetto di tela azzurra messo a tracolla. Entra in ogni negozio, trattoria o bottega – senza dimenticare il nostro locale – per raccogliere tutti i volantini che pubblicizzano i piccoli e i grandi eventi di Città Alta, riponendoli con cura nel suo prezioso sacchetto. Saluta con gentilezza e se ne va, felice e soddisfatto. Che cosa se ne faccia, poi, di tutti quei volantini non lo so.
Quell’uomo, non più giovane ma dall’aspetto sbarazzino, ha l’aria di uno a cui non manca niente. Anche se, di anni, lui ne ha qualcuno in più, mi vengono in mente i primi versi di una canzone di Ivano Fossati: “L’uomo avrà quarant’anni e i capelli da ragazzo, in mezzo al cortile tiene l’anima per sé”.
È in pace con se stesso, lo si intuisce al primo sguardo. Cammina sereno, con le mani in tasca, respirando la sua vita parallela a un mondo che non si ferma mai. Un mondo da cui non credo si senta escluso, anzi, a cui lui è contento di non appartenere.
A volte penso che il suo scopo sia quello di comporre una sorta di mappa della città, fatta di eventi possibili. Una mappa fluida, in perenne movimento, di un borgo sornione che accende le proprie luci all’improvviso.
Un pomeriggio, proprio fuori dal ristorante, un cane di grossa taglia si è messo ad abbaiare dal nulla. Lui era molto vicino e si è spaventato. Sono uscito di corsa e mi sono avvicinato a lui per capire se avesse bisogno d’aiuto. Era smarrito. Con un filo di voce, balbettando un poco, mi ha detto che gli facevano paura i rumori. Tutti, anche i rintocchi delle campane.
Queste sono le uniche cose che so di lui. Che teme i rumori e che colleziona volantini. Chissà poi se li conserva con cura, oppure, arrivato a casa, li butta. Chissà se è il suo modo di stare al mondo senza esserci, come se dicesse a tutti: “Prima o poi verrò anch’io dove andate voi, nel frattempo mi informo”.
È come se la città, per lui, fosse tutta lì, dentro un sacchetto, composta di tanti piccoli fogli variopinti in carta patinata. Una sospensione dalla vita reale, una distanza voluta e definita dai suoi personalissimi punti cardinali.
Un umanesimo rigenerante
L’uomo dei volantini mi ricorda tanto Dustin Hoffman in Rain Man. È un cuore dolce che si fa trasportare dalla stessa corrente del fiume in cui nuotiamo tutti noi. Un uomo come gli altri, che vive la propria esistenza in un clima sereno e di tolleranza, dove l’inclusività è silenziosa.
Da sempre, Città Alta è popolata di personaggi che escono dall’ordinario, il più delle volte amati e circondati d’affetto. Non viviamo solo di bianco e di nero, ma di infinite sfumature di grigio. E poi, in fondo, tutti noi, da vicino, siamo strani.
Sono questioni delicate, complesse, di cui condivido i principi della filosofia di Edgar Morin, uno dei pensatori più influenti della nostra epoca, che vede nella laicità uno spazio di inclusione e dialogo, tolleranza e accettazione, mai di esclusione o divieto.
Servirebbe davvero un nuovo umanesimo, che Morin definisce “rigenerante”, fondato sulla solidarietà, che riconosce le fragilità di ognuno di noi e incoraggia la comprensione reciproca. Con la consapevolezza della necessità di un dubbio critico, in modo da evitare ogni fondamentalismo, conciliando le proprie origini culturali con la piena adesione all’avventura umana collettiva. Tutti i popoli condividono un unico futuro: siamo tutti sulla stessa barca e nessuno può salvarsi da solo.
Ci capiamo e basta
Da qualche anno, a Natale e a Pasqua, l’uomo dei volantini viene a pranzo Da Mimmo in compagnia dei suoi familiari. Un fratello poco più giovane di lui, la madre e il padre. Persone educate e tranquille di cui non conosco i nomi né tanto meno il cognome. Ci salutiamo con un cenno del capo e un fuggevole sorriso. Non ci fermiamo mai a parlare tra noi. Non sentiamo la necessità di comunicare per forza, non dobbiamo spiegarci nulla. Ci capiamo e basta.
Ma poi, alla fine, cosa è un ristorante di famiglia? È luogo dove puoi raccogliere tutti i volantini che vuoi per tentare di comprendere cosa succede intorno a te. Un luogo dove, lontano dal trambusto del pranzo e della cena, puoi trovare un po’ di silenzio, tra l’abbaiare ossessivo di un cane, l’acqua che sgorga da una fontana e il rumore impercettibile di una foglia che, staccandosi dal ramo di un albero, si adagia sul prato, un suono che solamente l’uomo dei volantini può sentire. Restando a distanza di sicurezza dal mondo, pur rimanendogli accanto.