• Due calci al pallone

Franchino, fatica e silenzio

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Si può piangere per qualcuno che non hai mai conosciuto? Si può restare ammutoliti di fronte alla notizia della scomparsa di un uomo, di qualche anno più grande di te, che non hai mai visto da vicino, con cui non hai mai scambiato due parole o una stretta di mano? 

Certo che si può, se quest’uomo si chiama Franco Baresi. Un idolo della mia giovinezza, un campione che ho sentito sempre al mio fianco con il suo esempio. Con le sue guance scavate in cui potevi scorgere i segni di ogni sconfitta e di ogni gol subito. I suoi occhi duri e lontani da cui traspariva un’inflessibile determinazione nel ripartire, giorno dopo giorno, contrasto su contrasto, pallone su pallone. 

Franchino Baresi ha esordito in Serie A, con il Milan, il 23 aprile del 1978. Dopo qualche giorno, io avrei compiuto tredici anni, un’età in cui ti guardi allo specchio e non sai bene chi sei, in cui tutto ti sembra possibile e impossibile allo stesso tempo, con il tuo corpo che cambia senza avvertirti. 

Quel ragazzo in maglia rossonera, così magro e apparentemente gracile che non aveva ancora compiuto diciotto anni, mi fu immediatamente di ispirazione. Volevo essere coraggioso come lui, silenzioso come lui, elegante come lui. Non ci sono riuscito, pazienza, ma avere un punto di riferimento così alto mi ha aiutato a crescere e maturare. 

Baresi, che appesi gli scarpini al chiodo cambiò legalmente il proprio nome da Franchino a Franco, era un calciatore moderno, eclettico come un olandese che attacca per difendere e difende attaccando, determinato come un tedesco che combatte fino all’ultimo, elegante come può esserlo solo un italiano. Un ragazzo nato in provincia, in un paese lombardo che sembrava uscito da un racconto di Gianni Celati o da una fotografia di Luigi Ghirri, così realista e astratta allo stesso tempo. 

Una virile bellezza gladiatoria

Una carriera eccelsa la sua, lunga vent’anni, adattandosi brillantemente a moduli e a schemi di gioco differenti. Il possesso palla e le accorte geometrie di Liedholm, il fuorigioco e il pressing ossessivo di Sacchi, la concretezza e la verticalità di Capello. Al centro della difesa, indispensabile e inamovibile, c’era sempre lui.

Gianni Brera lo descrisse così: “Franco Baresi è dotato di uno stile unico, prepotente, imperioso, talora spietato. Si getta sul pallone come una belva: e se per un caso dannato non lo coglie, salvi il buon Dio chi ne è in possesso. Esce, dopo un anticipo, atteggiandosi a mosse di virile bellezza gladiatoria. Stacca bene, comanda meglio in regia: avanza in una sequenza di falcate non meno piacenti che energiche.”

Con lui il Milan ha vinto tanto, tantissimo, e mi ha reso felice. La mia riconoscenza, però, non è legata alle Champions o alle Coppe Intercontinentali, ma all’essere rimasto al Milan anche dopo aver capito che, mentre lui dava l’anima in campo, c’erano compagni che facevano affari contro di lui e la sua squadra. 

È sceso in Serie B da capitano ed è risalito e ridisceso nuovamente, sempre da capitano. Se noi tifosi siamo rimasti fedeli al Milan in quelle stagioni sciagurate lo dobbiamo anche a Franco Baresi. E se, a quasi trent’anni dal suo ritiro, è amato come nessun altro da tutto il popolo rossonero, e rispettato dai nostri avversari, è perché come pochi altri è rimasto fedele alla propria maglia e alla storia della propria squadra, al di là di ogni fortuna o sventura.

Orfano prematuro di entrambi i genitori, visse la propria adolescenza correndo e calciando un pallone sui campi del Centro Sportivo di Milanello, trovando lì una famiglia. Anche per questo, Franco è il milanista del secolo, con tutta la retorica annessa che a lui strappava un sorriso, come se non lo riguardasse nemmeno. 

Il suo volto rigato dalle lacrime a Pasadena, nel 1994, dopo il rigore sbagliato al termine della finale mondiale col Brasile, è una delle scene più emozionanti che io abbia mai visto. All’improvviso, il suo sguardo da eterno ragazzo si era tramutato in quello di un eroe greco dal destino segnato. Telemaco era diventato Ulisse. 

Il dono della previsione

Werner Herzog, il grande regista tedesco autore di capolavori come “Fitzcarraldo” e “Aguirre furore di Dio”, era un suo grande ammiratore. In un intervista dichiarò: “Non c’è mai stato nessun calciatore che abbia compreso così bene il concetto di spazio. Mi piacerebbe davvero, nei miei film, capire il cuore dell’uomo e gli spazi dell’Amazzonia, proprio come Baresi ha capito il gioco.” 

Che un intellettuale colto e raffinato come Herzog si fosse accorto della grandezza di Baresi la dice lunga su quanto lo sport e la cultura possano integrarsi e convivere, di come il puro gesto e il puro pensiero siano le fondamenta del talento e di ogni sentimento. 

Herzog aveva compreso l’essenza di Franco Baresi, il quale aveva il dono della previsione – letteralmente “vedere prima” – tanto da sembrare più veloce di quanto lo fosse realmente, perché anticipava i movimenti degli avversari e dei compagni. 

La sua maglia sempre fuori dai pantaloncini è stato l’unico vezzo che si è concesso in tutta la sua carriera. Dopo averlo visto giocare la prima volta decisi che, anche io, avrei fatto la stessa cosa. 

Un giorno, prima di scendere in campo, il mio allenatore mi disse: “Solo Cruijff la può tenere così.” Non battei ciglio e gli risposi: “Non è vero, anche Baresi la porta fuori dai pantaloncini”. Così l’ho sempre tenuta fuori, fino all’ultima partita.

Una maglia speciale la sua, la numero sei. Che al Milan, nessun altro indosserà mai più. Nel 1997, Franco Baresi è diventato il primo calciatore di Serie A del quale è stata ritirata, per sempre, la maglia.

Come ha detto Federico Buffa, narratore sportivo senza eguali, Baresi era fatica e silenzio. Un silenzio che rappresentava l’archetipo del capitano che parlava solo quando aveva qualcosa da dire. E questo lo ha reso un campione universale.

Anche Einstein intervistato tutti i giorni farebbe la figura del cretino

Come pensava mia madre, le parole sono spesso superflue. Nel troppo parlare si annida il rischio del malinteso, la sciocchezza gratuita, l’inevitabilità dell’ovvio. Ricordo ciò che disse Michel Platini, al termine di un’intervista, quando ancora era un giocatore della Juventus: “anche Einstein intervistato tutti i giorni farebbe la figura del cretino”.

Non posso dimenticare, poi, la prima volta che vidi giocare dal vivo Franco Baresi. Era il 22 ottobre del 1978 e si giocava Atalanta Milan. Andai allo stadio comunale di Bergamo con papà e un mio cugino, capo ultrà rossonero. Costui vantava conoscenze altolocate, nel senso che era amico di Aldo Maldera, il nostro terzino goleador. Fu proprio lui, al terzo minuto, a sbloccare il risultato. Un tiro violento scoccato da fuori area che, grazie alla complicità di un disattento Pizzaballa, finì alle spalle del portiere nerazzurro. Alla fine, vincemmo meritatamente 3 a 1. 

Quel giorno, Rivera era infortunato. Nell’impossibilità di partecipare alla disfida, la leggenda rossonera si accomodò serenamente in tribuna. Lo vidi elegantemente vestito come sempre nel servizio televisivo serale commentato da Beppe Viola, le cui parole, dense di malinconia nei confronti del Pallone d’oro 1969, mi fecero percepire la fine della sua carriera. Era il tramonto di un campione, del “mio” capitano, che presto avrebbe ceduto la sua fascia bianca a un giovane di belle speranze nato a Travagliato.

Al termine di quella partita vittoriosa, mio cugino invitò Maldera a casa sua e me lo presentò. Gli strinsi la mano ed è l’unica cosa che ricordo. Di quell’incontro non ho memoria, ero talmente emozionato che rivedo solo la sua figura: un uomo atletico, dal fisico asciutto e nervoso, con un accenno di baffi che negli anni diventeranno parte irrinunciabile del suo look.

Un vero libero, in tutti i sensi

Ma chi era veramente Franco Baresi? Un eroe senza macchia di cui si è parlato troppo poco – lui direbbe per fortuna – la cui storia meriterebbe di essere raccontata in un film o a teatro.

Il giornalista Giuseppe Pastore ha scritto che se qualcuno prima o poi metterà su un musical stile Broadway sulla vita di Franco Baresi, le musiche dovranno tassativamente essere di Paolo Conte. Anche l’avvocato di Asti aveva il cuore a strisce rosse e nere. Divenne milanista il 5 febbraio del 1950, dopo aver ammirato il Gre-No-Li sbriciolare la Juventus, a Torino, per 7 a 1. E come non ricordare che in una sua bellissima canzone, “Sudamerica”, accompagnandosi come sempre al pianoforte, magnifica la genialità di Juan Alberto Schiaffino, l’insuperabile direttore d’orchestra del Milan degli anni Cinquanta.

Di Franco Baresi, Carmelo Bene disse: “un vero libero, libero in tutti i sensi”. Un “hombre vertical” libero dai compromessi e dei timori infondati, dalle frasi fatte e da ogni cliché. Un uomo libero nell’anima e nel cuore che ora non c’è più. 

Proprio come faceva un tempo, quando l’area di rigore era il suo regno, è riuscito ad anticiparci anche questa volta. E tutti noi, che lo abbiamo amato, ammirato e rispettato, ci sentiamo un po’ più soli.