- Le storie di Mimmo
Enzo, Mimì e il giro del mondo
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Il 24 giugno di ogni anno che scende in terra, la Chiesa cattolica apostolica romana celebra la natività di San Giovanni Battista. L’unico santo di cui si festeggia la nascita.
Sulla punta dello Stivale, sono molti i paesi in cui è la festa del santo patrono. Messe e processioni, bancarelle, zampogne e mortaretti. A Reggio Calabria, invece, inizia davvero l’estate. Quale giorno migliore per partire e fare il giro del mondo?
Mio padre e suo fratello Vincenzo, un paio d’anni più di lui ma entrambi ancora bambini, decisero che fosse giunto il momento di andare.
Per Enzo e Mimì, in famiglia li chiamavano così, non era affatto una fuga dalla propria terra, che amavano e rispettavano profondamente. Erano attratti dall’ignoto e dal brivido dell’avventura. Oppure, volevano solo capire quando la loro madre si sarebbe accorta dell’assenza di due dei suoi nove rampolli.
Atteso il sorgere del sole, in sella a due biciclette di fortuna recuperate chissà dove, eccoli pronti a mettersi in viaggio. Ognuno con il suo sacco in spalla: un pacchetto di fagioli, due fette di pane secco e qualche spicchio d’aglio.
Una latta usata come pentola
Incoraggiati dalla brezza marina che non abbandona mai la costa ionica, e il naso dritto a far da bussola e timone, i due novelli esploratori iniziarono la loro elettrizzante impresa alla scoperta di lande sconosciute.
Il sentore di libertà che saliva dal mare agitato del mattino si mescolava con quello di finocchietto selvatico che arrivava dal porto, dove i pescatori, una volta riportate a riva le loro imbarcazioni, si apprestavano a rifocillarsi.
Una fragranza suadente e delicata che Enzo e Mimì conoscevano bene. Avevano già visto i pescatori cucinare la polpa di qualche alice appena pescata unita alle teste di aguglie e costardelle. In una latta usata come pentola, gustavano soddisfatti un brodetto pastoso nel quale affondavano il pane che si erano portati appresso da prima dell’alba. Scambiandosi tra loro poche parole, i pescatori scrutavano quelle acque scure da cui, da un momento all’altro, Scilla e Cariddi avrebbero fatto la loro comparsa.
Là dove l’Apsias, il più sacro dei fiumi, si getta in mare, là dove una femmina si unisce a un maschio.
Reggio Calabria si affaccia sullo Stretto, per gli antichi romani il centro del “Mare Nostrum”. Una città che vive e prospera ancora oggi in perenne contemplazione di Messina, osservandola con sospetto e altrettanto affetto.
La leggenda vuole che Reggio – il cui nome originario era Rhegion – sia stata fondata dagli abitanti di Calcide, una “polis” dell’Antica Grecia sull’isola di Eubea. Stremati da un’interminabile carestia, essi chiesero all’oracolo di Delfi come affrontare quel terribile flagello.
L’oracolo li invitò ad abbandonare Eubea, edificando altrove un’altra città: “Là dove l’Apsias, il più sacro dei fiumi, si getta in mare, là dove una femmina si unisce a un maschio, poiché il dio ti concede la terra d’Ausonia”.
Al termine di una traversata lunga e perigliosa, sfidando l’ira delle creature misteriose che di certo dimoravano negli abissi, i temerari antenati di Enzo e Mimì avvistarono un maestoso promontorio proteso sul mare.
Con il cuore gonfio di speranza videro monti, pianure e torrenti. Un sole dolce e carezzevole accompagnò il loro sbarco, mentre il libeccio agitava le onde e scompigliava i capelli delle donne.
Era come aveva predetto l’oracolo di Delfi, ma di maschi e femmine nessuna traccia. Quand’ecco che i loro occhi si posarono su una vite avvinghiata a un fico selvatico, stretti in un indissolubile abbraccio. Era quello il significato della profezia: la femmina si congiungeva al maschio, proprio dove l’Apsias donava le sue placide acque all’irruenza nel mare.
Meglio fare i pastori
Enzo e Mimì spingevano con forza sui pedali lungo la strada sterrata che costeggiava gli scogli resi lucidi dai flutti nervosi dello Ionio. Il sole del mattino iniziava a farsi sentire sulle spalle e loro due non si erano mai spinti fino a quel punto, oltre il confine della città.
Dall’alto videro una spiaggia a loro sconosciuta e decisero di raggiungerla. Da lì salirono sulle rocce, muovendosi veloci come granchi di mare, richiamati dalle voci dei pescatori rientrati da una notte in cui la pesca era stata magra, come rivelavano tristemente le loro reti.
Uno degli uomini affermava che forse era meglio fare i pastori in montagna, ma per Enzo e Mimì non era una novità, i pescatori lo ripetevano tutte le volte in cui il mare si era dimostrato avaro.
Si avvicinarono in punta di piedi e li aiutarono a portare a riva il gozzo, guadagnandosi così qualche alice che, osservando le mani veloci di quegli uomini, impararono subito a diliscare.
Via la testa e le interiora, una bella pulita in mare e adesso anche loro due avrebbero potuto cucinare accendendo un fuoco con le pietre e i legni raccolti sulla spiaggia.La fame era sempre tanta, ma quella volta lo era ancora di più. Avevano con loro i fagioli e l’aglio strappato alla treccia appesa nella cucina di casa. Per cuocere il tutto nella latta che Enzo aveva messo in fondo al suo sacco serviva l’acqua. I due giovani discepoli di Marco Polo valutarono che quella del mare potesse fare al caso loro. Una pessima idea: quell’intruglio di fagioli e acciughe sapeva solo di sale. Era disgustoso, e lo buttarono in pasto ai pesci nonostante l’appetito ormai incontenibile.
Avevano percorso solo una dozzina di chilometri e a stomaco vuoto. La faccenda si faceva ardua se non insormontabile. Non restava che rinunciare a quel sogno e tornare a casa prima che donna Annunziata iniziasse a contare i figli, accorgendosi che ne mancavano due all’appello. Il giro del mondo di Enzo e Mimì era già finito.
La vite che abbraccia il fico
Chi lo sa come sarebbe stato là fuori? Per scoprirlo sarebbe bastato attendere qualche anno.
Reggio Calabria era così diversa dalle altre città sul mare che i due avrebbero conosciuto più in là nel tempo. Popolata da cittadini di mare, di balneare Reggio aveva davvero poco o nulla, altro che Rimini o Riccione. Ed è così ancora oggi, un insieme di piccoli e grandi spazi, marittimi e terrestri, disegnati dal sole e dal vento, allietati dagli odori delle erbe, da un mare che cambia continuamente colore, secondo la terra che bagna e il tempo che c’è.
Una città dove potevi diventare pescatore o navigante, pastore o contadino, ma sempre cittadino di mare. Oppure potevi partire per sempre – a differenza di quella prima volta – per non tornare più se non per convolare a nozze con la tua promessa sposa.
Per quel giro del mondo interrotto alla prima tappa, Enzo e Mimì non se la presero più di tanto.
Era stato un punto di partenza per sognare qualcosa di grande che, come quella distesa azzurra che riempiva i loro occhi, pareva non avere confini.
Guidati dal più atavico desiderio di libertà e di conoscenza, si parte con la speranza di trovare condizioni di vita migliori di quelle che si è lasciati alle spalle. Si parte senza mai voltarsi indietro, fiduciosi di trovare, fosse anche in capo al mondo, la vite che abbraccia il fico.