- Due calci al pallone
Basta zona, da oggi si gioca a calcio
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Per la ancor giovane Repubblica Italiana, gli anni Settanta abbondarono di avvenimenti epocali. Trasformazioni sociali che resero “formidabili” quegli anni ma anche eventi sconcertanti e dolorosi.
Lo statuto dei lavoratori e la legge sul divorzio da una parte. Stragi e attentati, le Brigate Rosse e la crisi petrolifera dall’altra. Ma anche tre Mondiali indimenticabili: Messico 70, Germania 74 e Argentina 78.
Sono stati anche gli anni della mia giovinezza, quelli in cui presi coscienza della complessità della vita. Gli anni dell’innocenza, dove tutto è possibile, della bellezza come fonte di ispirazione e, non meno rilevante, della mia iniziazione alla fede rossonera.
Con la “Fatal Verona”, quella maledetta domenica in cui al Milan venne strappato uno scudetto già cucito sulle maglie, compresi che amare i colori di una squadra di calcio significava nutrirsi di gioie immense ma, allo stesso tempo, esporsi alla sofferenza. Per tutta la vita.
Dopo quel dramma consumatosi il 20 maggio del 1973 allo stadio Marcantonio Bentegodi di Verona, il Milan decise di rinunciare alle prestazioni sportive di alcuni giocatori che avevano fatto la sua storia recente. Rosato finì al Genoa e Prati andò alla Roma.
Quest’ultima cessione mi procurò un dispiacere enorme. Ad oggi, Pierino Prati è l’unico giocatore italiano ad aver realizzato una tripletta in una finale di Coppa dei Campioni. Quel Milan Ajax 4 a 1 del 1969, giocato al Santiago Bernabeu di Madrid, che tuttora mi regala emozioni inarrivabili ogni volta che rivedo la sintesi su YouTube.
Per fortuna, in squadra rimase Luciano Chiarugi, uno dei miei idoli di quegli anni. Lo chiamavano “Cavallo pazzo”, come il leggendario capo Sioux che sconfisse il generale Custer, per le sue giocate geniali e imprevedibili, a volte a un passo dall’anarchia.
Nei suoi luminosi anni rossoneri, più di una volta venne accusato ingiustamente di essere un simulatore. Una calunnia che mi infastidì all’inverosimile quando un direttore di gara internazionale, di cui non voglio fare il nome, definì con il termine “chiarugismo” le cadute in area dei calciatori italiani. Non riporto la sequenza di insulti che pronunciai all’indirizzo dell’arbitro in questione.
Ritorno a Rotterdam
All’inizio della stagione 73/74, in panchina si accomodò ancora una volta Nereo Rocco. I dissidi con l’allorapresidente Albino Buticchi erano all’ordine del giorno e, a febbraio, il “Paron” se ne andò sbattendo la porta. Alla guida tecnica della squadra venne messo Cesare Maldini. Fino ad aprile, quando l’allenatore diventò un giovanissimo Giovanni Trapattoni.
In quella stagione poco più che anonima, il mio giovane cuore milanista fu messo duramente alla prova. Come detentore della Coppa delle Coppe, a inizio gennaio il Milan affrontò i campioni d’Europa in carica dell’Ajax per l’assegnazione della Supercoppa Uefa. Dopo un’illusoria vittoria per 1 a 0 a San Siro, ottenuta grazie alle parate di Wiliam Vecchi e a un gol di Chiarugi a tredici minuti dalla fine, la settimana dopo il Milan venne travolto ad Amsterdam per 6 a 0. I lanceri, pur orfani di Johan Cruijff, si aggiudicarono la prima edizione del trofeo. Forse l’ultima grande esibizione di quella squadra che rivoluzionò il calcio.
Le umiliazioni non erano finite. Quell’anno, il Milan giunse nuovamente in finale della Coppa delle Coppe. Ad attenderli, i tedeschi oltre cortina del Magdeburgo. Una buona squadra, composta da ottimi atleti più votati alla corsa che alla giocata raffinata, ma nulla di più.
La partita si giocò a Rotterdam dove, nel maggio del 1968, il Milan aveva vinto la sua prima Coppa delle Coppe contro l’Amburgo. Questa volta, ahimé, i miei eroi non furono all’altezza. Pizzaballa raccolse mestamente due palloni in fondo al sacco, mentre l’ira funesta dei tifosi milanisti, giunti in Olanda per festeggiare un’altra coppa da mettere in bacheca, si materializzò con ripetuti lanci di bottiglie in campo.
Un Milan socialista, nel senso sportivo e agonistico
Finalmente arrivò l’estate. Dopo nove stagioni, ci lasciò anche Karl-Heinz Schnellinger. A 35 anni decise di tornare in Germania e il Milan si presentò ai nastri di partenza del campionato con una rosa composta da soli italiani. Non accadeva dal 1945.
Molto attiva sul mercato, la Società acquistò Aldo Bet dal Verona e due giovani provenienti dal Varese, Egidio Calloni e Duino Gorin. A difendere i pali arrivò Ricky Albertosi che, in quel decennio, contendeva a Dino Zoff la palma di miglior portiere italiano: tutto istinto e tuffi spettacolari il primo, senso assoluto della posizione e gesti essenziali il secondo.
Tra i nuovi acquisti, anche Luciano Zecchini e Gianni Bui dal Torino, portati a Milano dal nuovo allenatore, l’energico e combattivo Gustavo Giagnoni, riconoscibile per il colbacco ben calcato sulla zucca anche da chi si trovava in cima al secondo anello di San Siro.
Alla termine di quella stagione, i dissidi interni al club esplosero definitivamente. Buticchi tentò di scambiare Gianni Rivera con Claudio Sala, guizzante ala destra del Torino. La sola idea di cedere il giocatore simbolo del Milan per un giovane di belle speranze era un affronto imperdonabile. Un’onta da lavare col sangue, un gesto infame che gridava vendetta.
Profondamente amareggiato, Rivera dichiarò di voler abbandonare il calcio. Nella realtà, il “Golden Boy” manovrò dietro le quinte, riuscendoci pienamente, perché il Milan venisse acquistato da un gruppo di imprenditori di suo gradimento. A capo di quella cordata vi era Vittorio Duina, che i più spiritosi soprannominarono “il presidente del tubo” per il settore merceologico in cui operava la sua azienda.
La nuova stagione era alle porte. Sulla panchina del Milan, la sigaretta sempre accesa, c’era ancora Giagnoni. Per pochi mesi, perché la restaurazione in atto riportò nuovamente a casa Nereo Rocco, in veste di direttore tecnico, e Giovanni Trapattoni come allenatore.
In via Filippo Turati regnava la turbolenza, la dirigenza era impalpabile nelle strategie e nelle decisioni. Nonostante questo, il Milan concluse il campionato al terzo posto, ma si decise di cambiare ancora. Trapattoni si trasferì alla Juve e al Milan arrivò Marchioro, un giovane allenatore che l’anno precedente aveva ottenuto risultati eccellenti con il Cesena, portandolo per la prima volta in una competizione europea.
Milanese purosangue cresciuto nel quartiere di Affori, Giuseppe Marchioro, detto Pippo, era un tecnico all’avanguardia convinto, prima di altri, che il futuro del calcio fosse nel gioco a zona.
In una delle sue prime interviste, il nuovo tecnico dichiarò: “Voglio un Milan socialista, nel senso sportivo e agonistico del termine. Non mi piacciono le squadre anarchiche, esigo un gioco collettivo e collaborazione”.
Ricordo perfettamente l’espressione attonita di mio padre quando lesse che ai suoi giocatori imponeva l’ascolto della musica classica, possibilmente Beethoven, e il training autogeno, una tecnica di rilassamento fondata sull’autosuggestione che mira a ridurre lo stress e le tensioni fisiche.
Bollato come sognatore inconcludente, Pippo Marchioro fu un precursore. Solo dieci anni dopo, il Milan di Sacchi applicò alla lettera le sue teorie. Ma la vita si sa, è un’alternanza imprevedibile di occasioni perse e vittorie inattese. Bisogna essere al posto giusto al momento giusto.
Con mio grande disappunto, Romeo Benetti seguì il Trap alla Juve e un acciaccato Capello fece il percorso inverso, mentre Chiarugi venne ceduto al Napoli. La stagione 76/77 non iniziava con i presupposti migliori.
I consigli di un frate “by night”
Il deus ex machina di quella squadra era Gianni Rivera. Uomo di intelligenza non comune, in campo e fuori, poteva contare su una guida spirituale d’eccezione: Padre Eligio.
Ray-Ban e stivaletti Beatles all’ultima moda, Angiolino Gelmini da Bisentrate amava con tutto il cuore il Milan e i grandi vini, possibilmente toscani o piemontesi, tanto da stringere amicizia con Luigi Veronelli, ateo e anticonformista come pochi altri.
Nei primi anni Sessanta, Padre Eligio fondò Telefono Amico e Mondo X, la prima comunità per il recupero dei tossicodipendenti. Sempre dalla parte degli ultimi e in prima linea tra i diseredati e i sofferenti, non disdegnava affatto le cene sontuose e la mondanità.
Inutile dirlo, Padre Eligio attirò verso di sé le critiche feroci dei benpensanti. Additato come “Frate by night”, “Padre d’assalto”, “Fratello dribbling”, incurante delle malelingue, non mancava mai a San Siro, quando in campo c’era il Milan.
Che si tratti di fede religiosa o calcistica, vi sono dogmi e santi che non vanno messi in discussione. Ed ecco che la grande rivoluzione di Marchioro prevedeva addirittura lo spostamento di Rivera a numero 7. Non poteva funzionare. Pippo riuscì a mangiare il panettone ma, a febbraio, Rocco fu richiamato per l’ennesima volta.
Appena giunto a Milanello, il “Paron” regalò subito una delle sue inarrivabili perle di saggezza: “Basta zona, da oggi si gioca a calcio.”
Il cambio di approccio tattico non migliorò la situazione, tutt’altro. Il Milan si salvò solo alla penultima giornata. In un vero e proprio spareggio, sconfisse il Catanzaro 3 a 2 dinanzi a 70.000 tifosi rossoneri a un passo dalla disperazione.
Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.
Unica soddisfazione di quell’anno fu la vittoria in Coppa Italia contro l’Inter. Un 2 a 0 che non ammise repliche, firmato dai gol di Aldo Maldera, proveniente dal vivaio ed eletto a mio nuovo idolo, e Giorgio Braglia.
Fu anche l’ultima partita di Sandro Mazzola. Al termine dell’incontro, il baffuto interista commentò sarcastico: “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”. La citazione dantesca era una non troppo velata critica nei confronti del Signor Gussoni, arbitro della finale. Un’uscita di scena niente male, condita da una multa di 700 mila lire.
Gli anni Settanta volgevano così al tramonto ma non erano ancora conclusi. Nei tre anni che seguirono, al Milan successe di tutto e di più. Un turbinio di emozioni che mise a dura prova le coronarie dell’ignaro tifoso rossonero. Ma questo lo racconterò un’altra volta…