- Due calci al pallone
Finalmente, la stella!
Tempo di lettura: 8 minuti
Mentre le radio libere, in Italia, trasmettono senza sosta “Ti Amo” di Umberto Tozzi, “Solo tu” dei Matia Bazar e “Amarsi un po’” di Lucio Battisti, oltreoceano nasce Apple, un’azienda destinata a cambiare per sempre il mondo della tecnologia. Al cinema, invece, esce il primo film di una saga che diventerà leggenda: Guerre Stellari.
È il 1977 e nell’estate di quell’anno, sulla panchina rossonera si accomoda uno svedese dai modi garbati e dall’imperturbabile aplomb che ha già vestito la gloriosa maglia rossonera. Le sue dichiarazioni grondano ironia e motti di spirito che hanno poco di scandinavo. Si chiama Niels Liedholm ed è nato a Valdemarsvik, una cittadina di tremila abitanti che si affaccia silenziosa sul mar Baltico.
Usando le parole dello scrittore e critico letterario Massimo Raffaeli, Niels è “un uomo di eleganza così naturale che lo preservava dalla spocchia con cui i grandi, o presunti, allenatori di calcio amano annunciarsi al mondo”.
La proprietà del Milan passa di mano per l’ennesima volta. Ora, ad assumere le redini del comando, è Felice Colombo, un imprenditore brianzolo che rileva le quote societarie di Vittorio Duina. Determinato a costruire una squadra capace di soggiornare senza patemi nei piani alti della classifica, acquista alcuni giovani promettenti, quasi tutti provenienti dal Monza.
Roberto Antonelli, detto Dustin per la vaga somiglianza con Dustin Hoffman, Ruben Buriani, cursore di centrocampo dalla chioma biondo platino da fare invidia a Veronica Lake, nonché il brevilineo e scattante Ugo Tosetto.
Cantato a squarciagola in curva come in tribuna, il coro di quell’estate insolitamente umida e piovosa è: “Con Buriani e con Tosetto vinceremo lo scudetto”.
Ahimé, lo scudetto non arriva, ma la divisa di quell’anno, a mio parere, è la più bella mai indossata dal Milan. Le strisce rosse e nere sono sottili come nei primi anni Sessanta, mentre i pantaloncini sono bianchi come da consuetudine. Per la prima volta, sulla maglietta appare il logo dello sponsor tecnico, che è Adidas, con le iconiche tre strisce nere che scorrono, di lato, sui pantaloncini. La maglia da trasferta, se possibile, è ancora più bella ed elegante. Bianca con le tre strisce nere Adidas anche sulle maniche. Non so cosa darei per averne una ripiegata con cura nel cassetto di casa o per esporla in vetrina Da Mimmo.
È anche l’ultimo anno di Egidio Calloni, più croce che delizia di un attacco rossonero particolarmente asfittico. Calloni non era un fuoriclasse ma, forse, nemmeno così scarso. Complice qualche errore di troppo sotto porta, fu impietosamente ribattezzato “lo sciagurato Egidio” da Gianni Brera, uomo di grande cultura e altrettanta malizia, che si divertì a citare i suoi tanto amati “Promessi Sposi”.
Il Diavolo c’è e si vede a San Siro
Giunse la fine di agosto e papà decise di portare anche me, Mauro e Massimo, i miei due fratelli più piccoli, in vacanza a Chianciano, località termale senese famosa per lo slogan: “Chianciano fegato sano”. Un guizzo pubblicitario degli anni Cinquanta che intendeva mettere in bella evidenza le proprietà depurative e disintossicanti delle acque termali locali.
A mio padre, il soggiorno a Chianciano era utile, se non necessario, per rigenerarsi dalle fatiche ininterrotte di un intero anno di lavoro, ma noi tre ci annoiavamo a morte in quel luogo frequentato esclusivamente da adulti. Sempre le stesse persone. Con molte di loro, infatti, mio padre si dava appuntamento ogni anno all’Hotel Sole, il cui unico svago era un campo da bocce. Nemmeno un tavolo da ping-pong, un flipper o un jukebox.
Per fortuna, a salvarmi, c’era La Gazzetta dello Sport, ripiegata sul tavolino rialzato della hall. Proprio in una di quelle sonnolente mattinate, mentre imparavo a memoria le formazioni di tutte le squadre della Serie A, riserve comprese, lessi il programma della prima giornata di campionato. Esordio del Milan a Firenze.
Cominciai subito un pressing asfissiante nei confronti di papà. Arrigo Sacchi sarebbe stato orgoglioso di me. La distanza da Chianciano a Firenze non era proibitiva, un centinaio di chilometri o poco di più. In quanto a pazienza, noi tre avevamo già dato: una domenica allo stadio per vedere il Milan ce la meritavamo tutta.
Il mio instancabile lavorio ai fianchi portò i suoi frutti. Vinto dalle mie insistenze, mio padre rinunciò alle cure termali della domenica e ci caricò tutti e tre sulla sua Fiat 125 rosso fuoco.
Arrivati allo stadio, notammo subito le bancarelle che vendevano sciarpe, maglie e altri gadget, delle due squadre. A ognuno di noi, papà regalò una sciarpa con una scritta che porto ancora oggi nel cuore: “Il Diavolo c’è e si vede a San Siro”.
In verità, eravamo piuttosto lontani da San Siro e il Diavolo non si vide affatto. La Fiorentina di Antognoni, Caso e Desolati, si portò meritatamente in vantaggio all’inizio del secondo tempo.
Come al solito, per evitare il traffico e la ressa dei tifosi all’uscita, a dieci minuti dalla fine, incurante delle nostre vibranti proteste, mio padre ci impose di lasciare rapidamente lo stadio.
Nel momento stesso in cui salimmo in auto sentii un boato. A dire il vero, non così intenso da far pensare a un gol, quantomeno non a un gol della Fiorentina.
Accesi immediatamente la radio per sentire “Tutto il calcio minuto per minuto”. Giusto in tempo per sentire la voce graffiante di Sandro Ciotti interrompere Enrico Ameri: “Scusa Ameri, il Milan ha pareggiato al ottantanovesimo minuto con Calloni”. Sì, giusto lui, lo sciagurato Egidio, che rese piacevolmente dolce il nostro rientro in albergo.
La voce di Ciotti non mi era mai sembrata così morbida e suadente. Parliamo di uomo che fumava abitualmente almeno quaranta sigarette senza filtro al giorno. Il fumo costante, unito a una storica diretta di quattordici ore, alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968, sotto una pioggia torrenziale, gli procurò un edema alle corde vocali che conferì alla sua voce un timbro unico e inconfondibile.
Una squadra bellissima
La stagione 77/78 viene ricordata anche per l’esordio in prima squadra di un giovane che avrebbe fatto la storia del Milan e del calcio italiano: Franceschino “Franco” Baresi da Travagliato. Per tutti, allora, “piscinin”. Era il 23 aprile 1978 e si giocava a Verona. Ancora il Bentegodi ma, almeno in quella occasione, fu un giorno felice per il popolo rossonero.
Il Milan terminò il campionato al quarto posto, arrivò agli ottavi di finale di Coppa delle Coppe e fu eliminato al primo turno di Coppa Italia. Un annata anonima ma utile a porre le basi per la stagione successiva.
L’estate del 1978 si rivelò decisiva per raggiungere il tanto agognato decimo scudetto, quello della stella. Dal Perugia venne acquistato Alfredo Walter Amato Lenin Novellino, semplicemente conosciuto come Walter. Poi un altro Walter, De Vecchi, dal Monza e uno Stefano, Chiodi, dal Bologna.
Nei miei ricordi, era una squadra bellissima, composta da molti giocatori tecnici. Baresi ormai diventato “Franz” in omaggio a Beckenbauer. Aldo Maldera, che quell’anno da terzino segnò ben nove gol. Poi, Antonelli, Novellino, Rivera, Capello. Tutta gente dai piedi buoni.
Ecco Franco Baresi, il miglior libero d’Italia. Esclusi Freda e Ventura, naturalmente.
Se ripenso a Baresi e agli anni della sua gioventù non posso non ricordare Beppe Viola. Durante una telecronaca, Viola commentò così un suo slalom in avanti: “Ecco Franco Baresi, il miglior libero d’Italia, esclusi Freda e Ventura, naturalmente”.
Che dire, un genio. Beppe Viola era un giornalista, umorista e sceneggiatore, nonché autore di canzoni insieme a un altro grande milanista come Enzo Jannacci. Viola teneva una rubrica sulla rivista Linus intitolata “Vite vere”. Ed era vita vera quella sua intervista a Gianni Rivera, fatta su un tram, in una Milano ammantata di neve, in cui chiese al “dieci” rossonero cosa ne pensasse di una frase di Jannacci in cui diceva che nessuno si occupa di quelli che prendono il tram. Rivera rispose di occuparsene, eccome, perché i milanisti erano proprio quelli che prendevano il tram.
Giunse il 6 maggio, il giorno della certezza matematica dello scudetto, che significava poter cucire una stella sulle gloriose maglie del Diavolo. La partita era Milan Bologna e mio padre mi portò a vederla. C’era così tanta gente che alcuni tifosi occuparono una porzione di San Siro resa inagibile per i lavori di ristrutturazione necessari a ospitare i Campionati Europei del 1980.
Dall’altoparlante lo speaker invitò ripetutamente il pubblico a spostarsi da lì, senza alcun effetto. Si rischiava la sconfitta a tavolino e addio stella. Finché a qualcuno venne un’idea, dare il microfono a Gianni Rivera. Con la sua voce felpata e altrettanto pacata, il nostro capitano ottenne all’istante il risultato auspicato. Fu un momento straniante, al contempo letterario e popolare. Le persone, come le acque del Mar Rosso, si ritirarono sulle rive opposte e la partita poté iniziare. Non ho mai gioito così tanto per uno scialbo zero a zero.
Finalmente, papà poté comprare la bandiera con il decimo scudetto e la stella che gli ambulanti fuori dallo stadio avevano tenuto nascosta per scaramanzia dopo la beffa straziante della “fatal Verona”.
Un lontano pomeriggio di tarda primavera
Milano in festa, le bandiere sventolate fuori dai finestrini, i clacson che non smettevano di suonare. Io, mio papà e i miei fratelli, felici e insieme, complici e rossoneri.
Contravvenendo alla ferrea disciplina con cui sono stato educato, mio padre lasciò che mi sporgessi dal finestrino con la bandiera che garriva vigorosa al vento. Intorno a noi, tutti erano felici per lo stesso identico motivo, perfetti sconosciuti diventati amici fraterni per qualche ora.
Se ripenso a quel giorno di festa mi resta solo un unico enorme dispiacere. Nereo Rocco, il nostro amato “Paron”, morì pochi mesi prima, a febbraio, e non vide il Milan toccare il cielo con un dito per prendersi una stella.
Gli anni dell’infanzia e della giovinezza gettano le fondamenta del nostro avvenire. Pietra angolare della mia formazione alla vita fu l’amore per il Milan. Una passione viscerale che mi ha insegnato a reagire alle avversità, a sopportare il dolore e la paura, a capire quando il mondo è ostile o benevolo. Mi ha fatto sentire amato e mi ha insegnato ad amare. Ma, innanzitutto, mi ha educato al desiderio di essere felice, proprio come in quel lontano pomeriggio di tarda primavera.