- Due calci al pallone
Grazie Roma
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Sono milanista. Profondamente e orgogliosamente milanista. Lo sono da quella prima volta in cui vidi Gianni Rivera danzare col pallone sull’erba di San Siro. Ero un bambino, e fu un’emozione così intensa da segnarmi per tutta la vita.
Un amore illogico e sconfinato. Con le palpitazioni, i giramenti di testa e le mani che sudano. Eppure, nonostante questo, devo confessare un tradimento. Una scappatella di cui, a distanza di oltre quarant’anni, non mi pento e non mi vergogno.
Come Paul – il protagonista di “Febbre a 90”, un accanito sostenitore dell’Arsenal interpretato da un giovane e riccioluto Colin Firth – pure io misuro l’inarrestabile incedere del tempo con le stagioni calcistiche. Un riferimento certo e infallibile in un’esistenza che trasuda dubbi e precarietà. Sebbene ci sia anche un mondo “che non si ferma a maggio e riparte di nuovo in agosto”, come sentenzia il saggio Paul.
Era il campionato 82/83 e, a seguito di una retrocessione quanto mai inaspettata e dolorosa, il mio amato Milan giocava in Serie B. Un’altra stagione all’inferno, per scomodare Rimbaud, dopo quella a dir poco traumatica dell’80/81.
Fu così che la mia squadra del cuore si ritrovò a battagliare sui campi ostili della Serie cadetta.Ed io, alle 14.30 di ogni santa domenica, non mancavo di incollare l’orecchio alla mia radiolina a transistor per seguire l’andamento delle partite.
Ma di Serie B si trattava. I risultati finali venivano buttati lì senza coinvolgimento alcuno, elencati con sufficienza e altrettanta celerità al termine di “Tutto il calcio minuto per minuto”.
Per non parlare della tivù. Dovevi attendere pazientemente che mostrassero le sintesi di tutte le partite di Serie A, anche un soporifero 0 a 0 tra Cesena e Catanzaro, prima di dedicare una manciata scarsa di minuti alla Serie cadetta.
D’altronde, dal 1899, la storia dell’Associazione Calcio Milan è fatta di ascese fulminee e rovinose cadute. Dalla polvere alle stelle e ritorno. E più di una volta.
E per restare alla polvere, ricordo uno straziante Milan Cavese del 7 novembre 1982. Quel pomeriggio autunnale, umido e caliginoso, ero a San Siro per assistere a un incontro che fece la storia. Quantomeno della Cavese. Perché quell’impertinente manipolo di ragazzotti in maglia bianca e calzoncini blu oltremare fece l’impresa di vincere 2 a 1 a Milano, dinanzi a settantamila spettatori esterrefatti.
Dopo essersi portati in vantaggio con un gol di Joe Jordan – l’uomo venuto da Carluke, Scozia, chiamato lo “squalo” per la curiosa abitudine di togliersi gli incisivi prima di scendere in campo – i miei eroi in rossonero lasciarono campo libero all’incoscienza ardimentosa della squadra campana. La Cavese prima pareggiò con tale Costante Tivelli, per poi raddoppiare a metà secondo tempo con l’altrettanto sconosciuto Bartolomeo Di Michele, mantenendo il gol di vantaggio sino alla fine. Qualche spiritoso parlò di Real Cavese ma c’era poco da ridere.
Quanta sofferenza per un cuore già sanguinante come il mio. Provarono a consolarmi raccontandomi che se non soffri, non ami. Sarà, ma anche la sofferenza ha bisogno di pause e di qualche distrazione.
Una Roma che profumava di Milan
Mentre il Diavolo pareggiava a reti inviolate col Campobasso, in Serie A giocava una squadra a dir poco scintillante. La Roma, di cui ancora oggi ricordo a memoria la formazione: Tancredi, Nela, Maldera, Vierchowod, Falcao, Di Bartolomei, Bruno Conti, Prohaska, Pruzzo, Ancelotti, Iorio. Mi bastò vedere mezza partita in tivù per trasformare un blando interesse in attrazione fatale.
Per giustificare questo improvviso sentimento fedifrago, causa di irreprimibili sensi di colpa, raccontavo a me stesso che quella Roma profumava di Milan. Ci giocavano ex rossoneri, come Franco Tancredi – a vent’anni riserva di Albertosi – più un felino che un essere umano, con i suoi miseri 175 centimetri d’altezza. Ma anche un idolo della mia infanzia: Aldo Maldera, terzino dall’esuberanza incontenibile, capace di segnare trenta gol nella sua precedente vitarossonera.
In panchina, sedeva lo svedese Niels Liedholm, colui che ci aveva da poco regalato il decimo scudetto, quello della stella, il primo di Franco Baresi e l’ultimo di Gianni Rivera.
“Liddas”, come era affettuosamente soprannominato, era un uomo estroverso e fantasioso, a dispetto delle sue algide origini scandinave. Difficile capire quando scherzava o quando era serio. “Sero a sero è partita perfetta”. Oppure “Avellino è grande squadra”. Sembrava che ti prendesse in giro quando asseriva con tutta calma che “bisogna jocare sempre tenendo la palla così non ce l’hanno gli avversari”.
Sei bravo, puoi giocare ovunque: a destra, a sinistra o in tribuna.
In quella squadra dei sogni, il terzino destro era Sebastiano Nela detto Sebino. Era di piede mancino, quindi la sua posizione naturale sarebbe stata a sinistra, ma lì c’era già Maldera.
Per convincerlo a giocare a destra, l’ineffabile Liedholm gli disse che in quella posizione sarebbe stato più concentrato. Non riuscendoci, lo svedese lo persuase in altra maniera: “Sei bravo, puoi giocare ovunque: a destra, a sinistra o in tribuna”.
Davanti alla difesa, giocava Agostino Di Bartolomei, messo lì da Liedholm, lui che era stato sempre un “dieci”, dalle movenze rallentate ma dai lanci precisi di cinquanta metri.
Su Di Bartolomei ci sarebbe da scrivere un racconto a parte. Schivo e riservato, era un uomo che centellinava le parole. Dotato di un carisma straordinario, sembrava freddo e compassato ma bruciava dentro, uno che quando tirava in porta spaccava la rete. Un romano romanista, a tal punto che decise di andarsene di sua volontà da questo mondo il 30 maggio 1994, esattamente dieci anni dopo la finale di Coppa dei Campioni persa dalla Roma, all’Olimpico, contro il Liverpool.
Per sopperire alle movenze compassate, quasi filosofiche, di “Ago”, Liedholm gli aveva messo a fianco uno stopper ruvido e velocissimo dal cognome russo ma nato a Calcinate: Pietro Vierchowod. Il “bergorusso” come lo chiamò Gianni Brera.
In quella Roma brillava anche Bruno Conti, che sempre Brera soprannominò “Pelagio”, per le sue origini tirreniche e nettunensi. Uomo dall’immensa cultura, il “Gran Lombardo” faceva riferimento all’antico e misterioso popolo dei “pelagi”, che abitava le coste del Mediterraneo prima dei greci. Stravedevo per quell’ala destra mancina e imprendibile, pure lui romano e romanista. Uno dei prodi saliti alla gloria eterna per aver vinto il Mundial spagnolo, quello memorabile dell’82.
Al di sopra di ogni giudizio
Ma la vera ragione per cui quell’anno tifai Roma con tutta l’anima fu Falcao, il divino, l’ottavo re di Roma. Paulo Roberto Falcao giocava con il numero cinque sulle spalle, un numero che di solito gli allenatori del vecchio continente assegnavano a rudi difensori centrali. Ma non in Sudamerica, dove il cinque era da sempre il centromediano metodista, il giocatore dotato di fosforo collocato nel cuore pulsante del centrocampo.
Quando giunse a Roma, il popolo giallorosso si aspettava il classico brasiliano tutto finte di corpo e giochi di prestigio, anche perché la tifoseria si era illusa che sarebbe arrivato Arthur Artunes Coimbra, detto “Zico”. Di conseguenza, la capitale accolse con un certo scetticismo questo brasiliano che sembrava un tedesco e toccava la palla sempre di prima.
Paulo Roberto Falcao veniva da Porto Alegre, la capitale del Rio Grande do Sul, una delle città con la più ampia percentuale di discendenti tedeschi. Liedholm di lui diceva: “È Falcao che dirige l’orchestra in campo. Io, al massimo, qualche volta gli scrivo la musica o arrangio lo spartito”.
Carmelo Bene di lui disse: “Falcao è semplicemente il più grande giocatore senza palla che esista, è uno che prevede, perché la visione di gioco è una fandonia, ciò che conta è la previsione di gioco. E Falcao, in quanto artista, è al di sopra di ogni giudizio”.
Il mondo dell’arte può sembrare inconciliabile al calcio, ma non è così. Talvolta, l’incontro di questi due universi così apparentemente lontani genera combinazioni impensabili: rilevarle, interpretarle e mostrarne le connessioni è anch’essa un’arte. E in questo Carmelo Bene era un vero maestro. Come lo furono Soriano, Arpino, Pasolini.
L’anno precedente, la Roma era stata bruciata sul traguardo dalla Juventus per una “questione di centimetri”. Come la definì Dino Viola, l’allora presidente del sodalizio giallorosso. Venne infatti annullato un gol a Maurizio “Ramon” Turone, segnato in plastico tuffo di testa, nel finale di Juve Roma, decisiva per l’assegnazione dello scudetto.
Una sorta di delitto irrisolto di cui è stato fatto, qualche anno fa, un bellissimo documentario.“Er gol de Turone era bono” approfondisce quell’episodio controverso che il popolo romanista visse come una tragedia, un’ingiustizia commessa per sudditanza, più istintiva che calcolata, alla potente famiglia torinese a capo della Fiat.
Ma ora i tempi erano maturi e non ci sarebbero stati altri centimetri a impedire che il tricolore venisse cucito sulle maglie giallorosse. L’8 maggio del 1983 la Roma si laureò campione d’Italia, la seconda volta nella sua storia a distanza di quarantun anni dalla prima.
Le canzoni di Antonello
Per celebrare questo successo, Antonello Venditti compose “Grazie Roma”. Una canzone che divenne subito un inno da stadio, allo stesso modo di “Roma, Roma, Roma” scritta dallo stesso Venditti qualche anno prima.
“Grazie Roma” è una canzone d’amore dedicata alla città dove è nato e cresciuto, e alla sua squadra del cuore. Un testo emozionante e coinvolgente, che ci fa capire quanto sia profondo e viscerale il legame che unisce la Roma alla sua gente. “Dimmi, cos’è che ci fa sentire amici, anche se non ci conosciamo”. E ancora: “Dimmi chi è, chi è, che me fa campà sta vita così piena de problemi”.
L’anno successivo la Roma arrivò in finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool e la partita si giocò proprio all’Olimpico, la “casa” dei giallorossi. In quella stagione la squadra capitolina era cambiata poco, aveva sì perso Vierchowod ma aveva sostituito il pur ottimo Prohaska con un vero fuoriclasse: Toninho Cerezo.
Fu una serata indimenticabile, ma la Roma perse ai rigori. Falcao, rientrato dopo un lungo infortunio, non era si era candidato come rigorista. Questo fatto creò una frattura tra la squadra e il campione brasiliano, tanto che, da lì a poco, Falcao decise di tornare in patria. Alla Roma e a Roma non restò che il ricordo di una “notte di sogni e di Coppe dei Campioni” come cantò di nuovo l’autore di “Lilly” e “Buona domenica”.
Nel frattempo, il Milan era di nuovo in serie A e Niels Liedholm, seguito da Di Bartolomei,indossò nuovamente i colori rossoneri. Finalmente, da milanista, potevo tornare a godermi i suoi meravigliosi nonsense. “Si gioca meglio in dieci che in undici”. O quella volta in cui dichiarò di comporre la formazione in base ai segni zodiacali dei suoi giocatori.
Era tempo di mettere la parola fine a quella relazione sentimentale, intensa ma passeggera, e di tornare all’amore vero. L’unico, quello che hai costruito, giorno dopo giorno, tra gioie e tormenti, da quando eri bambino.
Anche se lo ammetto, mentre scorre l’acqua calda, con le palpebre serrate per impedire che lo shampoo entri negli occhi, ogni tanto canto ancora: “Grazie Roma, che ci fai piangere abbracciati ancora, grazie Roma…”.